27/01/12

29 gennaio 2012 - IV domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 21-28)

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.




E' sabato, nella sinagoga di Cafarnao un uomo si alza e commenta le Scritture. Ma i suoi insegnamenti hanno un'autorità diversa, nuova, che genera stupore. Un'autorità ignorata dagli scribi, che studiavano i libri della Legge e ammaestravano il popolo grazie alla propria cultura.
È un'esperienza che agli educatori capita spesso, non tutti gli insegnamenti sono uguali: un ordine viene rispettato ed un altro no, un'indicazione viene seguita ed un'altra no. E noi vorremmo essere sempre nella parte di Gesù, vorremmo essere ascoltati come lo era Lui quel sabato.
Ma da dove viene la Sua autorità?
Certo deriva dal fatto che Lui è quella Parola divenuta carne, Lui, a quella parola, dà vita, la abita. Ma se proviamo ad immaginare la sua voce in quella sinagoga, o nelle nostre chiese, ci accorgiamo che spiegando l’insegnamento di Dio, Lui non spiega una legge, ma racconta l'Amore. E se nessuno di noi può dire di essere ciò che Lui era, crediamo però che ciascuno possa essere capace dello stesso slancio.
Perché in realtà anche gli scribi dicevano cose giuste, forse in parte le stesse che diceva Gesù. Ma probabilmente le ripetevano senza esserne coinvolti, tanto da non distinguere più il vero dal falso. O forse addomesticavano la verità alle loro esigenze, mostrandone solo una parte: la gente li ascoltava, credeva in quello che dicevano, ma era disorientata. Come capita anche oggi: bombardati da insegnamenti diversi e parziali, ci viene il sospetto che questi insegnamenti siano al servizio di chi li propone e non della Verità.
E ci tornano alla mente anche tutte quelle comuni discussioni domestiche in cui ci troviamo a sostenere saldi principi morali, o a discutere con i nostri figli di ciò che guida e ispira le nostre scelte di vita. Vogliamo spiegare e convincere che crediamo in una legge nuova e diversa, e atteggiamo la voce perchè sia piena di autorità. Ma ci chiediamo se a guidarci nel labirinto delle scelte che il quotidiano ci propone, sia la Legge o l'Amore, e se quella che sappiamo proporre sia autorità o imposizione?
E ancora, un altro episodio, accaduto in questo lontano sabato, ci fa pensare: mentre tutti sono ammirati davanti a quell’Uomo, tocca ad uno spirito impuro, in un disperato gesto di sfida, renderGli testimonianza. Un nemico che si mette in gioco, arriva dove la cautela dei “buoni” impedisce di arrivare. E la serena ma ferma risposta che allontana il male è l'atteggiamento che vorremmo imitare. Noi, nei panni di Gesù, saremmo stati tentati di dire che le affermazioni dello spirito rispondevano al vero, inciampando nella lusinga delle sue parole. Noi, che a volte dimentichiamo di contemplare la coerenza, tra gli ingredienti della nostra autorità.
E ci accorgiamo che quella Parola, che non disdegna di abitare le nostre domeniche distratte ed abitudinarie, viene ancora a liberarci dalle nostre debolezze, dalle nostre fragilità. E ci sembra di entrare in un gioco delle parti, in cui l'autorità di Gesù fa a noi quello che fece all'indemoniato: ci affranca da noi stessi, dai nostri pregiudizi, dalle nostre presunzioni, e da tutti quegli atteggiamenti svuotati d'amore che rendono il nostro insegnamento privo di significato. E insieme quella stessa Parola, che un giorno ci ha desiderati a sua immagine e somiglianza, ci dona la capacità di amare chi ci sta accanto fino a far sgorgare la sua Verità: ci dona l'autorità necessaria per accompagnare figli, mariti, mogli, amici, a decifrare ciò che un giorno Dio ha sognato per loro.
E solo così, accogliendo l’autorità dell’Amore, potremo testimoniare con la vita sdrucciola dei nostri giorni, la felicità di essere divenuti capaci di noi stessi, uomini liberati e veri. 

20/01/12

22 gennaio 2012 - III domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 14-20)

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.




Una mattina, lungo il mare di Galilea, alcuni uomini partono per la pesca, attendendo alle normali occupazioni cui li chiama la loro piccola impresa famigliare. La speranza di un guadagno giusto, l'avvio dell'attività di ogni giorno, tiene occupati uomini semplici e onesti. E alla riva le solite voci del lago.
Una mattina come quelle in cui nelle nostre case suona una sveglia troppo zelante, che ci chiama ai nostri lunedì. Un rapido caffè, e poi chiamiamo i più piccoli e intimiamo loro di sbrigarsi per non fare tardi. E lo stesso brulichio delle rive del lago si rianima nelle nostre stanze: lavati, vestiti, controlla borse e cartelle, e poi giù dalle scale, per correre alla nostra giornata. E le mosse e le voci sono sempre le stesse, e ci spingono a saluti distratti e frettolosi.
Ma per quei pescatori, quella mattina risuonò una voce nuova, diversa, capace di un amore che nessuno aveva mai saputo esprimere. O almeno crediamo, se "subito lasciarono le reti e lo seguirono". La voce di quella mattina era la voce che dava loro una nuova occasione di vita, che spiegava a ciascuno il significato della propria esistenza, era la voce dell'incontro atteso e sognato, in cui forse avevano smesso di sperare. E ci chiediamo se noi siamo capaci di ascoltarla quella voce, tra i suoni importuni della nostra routine. Ci chiediamo se siamo pronti a cercarla, se crediamo ancora che una voce diversa, piena d'amore, possa risuonare per noi o per i nostri figli, e chiamarci verso una felicità insperata, quella di chi vede versare amore traboccante nella propria fragile normalità.
Sì, perché quello a cui Gesù ha chiamato gli ignari pescatori, non era un destino straordinario, non ha detto loro che sarebbero diventati altro da ciò che erano, ma ha trasformato la loro realtà, rendendola piena di significato: sempre pescatori, ma di uomini. E questo è l'invito che ogni giorno rivolge a noi, e che spesso rischiamo di ritenere banale: sempre sposi, sempre figli e genitori, sempre operai, insegnanti, impiegati. Sempre noi, ma con una caratteristica diversa, che cambia il senso di tutto ciò che facciamo e che siamo: l'Amore.
Questo significava per Simone e gli altri “pescare uomini”: tendere reti, affrontare notti e pericoli, ma per amore, superando gli ostacoli spiccioli del loro cuore e della loro fatica perché l'Amore permetteva loro di volare più in alto. E non dovevano più accontentarsi di piccoli pesci, ma potevano mirare al cuore degli uomini che cercavano un senso, un cambiamento, un Dio talmente grande da farsi uno di loro.
Ma per fare questo bisogna essere capaci di convertirsi, di credere ad una notizia buona, nuova e sconvolgente. Bisogna essere disposti a lasciarsi trasformare, a "girare" il cuore verso le cose che contano, senza esitazioni, senza distrazioni. Eppure quando quella voce risuona per noi e ci dice "venite dietro a me, vi renderò capaci del mio Amore", siamo tentati di rispondere: “grazie, siamo già a posto”. Andiamo a messa, non facciamo del male a nessuno: è tutto quello che dobbiamo fare. E a volte, quella notizia buona non ci sembra tale: il mondo in cui viviamo è difficile, c'è la crisi economica, l'effetto serra... Ci sembra che il vangelo non risolva i nostri problemi. Di "convertirci" ci manca quasi il tempo, e speriamo che Gesù non passi sulle rive del nostro lago, che non voglia chiamare proprio noi. O forse non ci tiriamo indietro, ma gli chiediamo di ripassare più tardi, di darci il tempo per riordinare le idee e capire quanto vogliamo "sporcarci di Dio" e quanto no.
Ma la storia di quei pescatori ci dice che questo atteggiamento non ci è concesso, che anche noi siamo chiamati a distinguere le voci che contano. Ed è per questo che oggi, nella fragilità di chi non sa come lasciare tutto e si sente terribilmente attratto dalla proprie sicurezze, vogliamo rispondere a Lui, con le parole del salmista: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.”

13/01/12

15 gennaio 2012 - II domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (1, 35-42)

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.




Erano le dieci e trenta, l’ora fissata per il nostro matrimonio. Erano le sette del mattino quando nacque nostro figlio. Erano le quattro del pomeriggio quando due uomini, discepoli di Giovanni, si misero a seguire Gesù. Storie diverse, lontane nel tempo, ma in realtà, una sola infinita storia di ricerca, di amore, di vita.
L'orario di un avvenimento si ricorda solo se ha segnato un passaggio, un cambiamento, una novità assoluta di cui non si è più potuto fare a meno: senza quelle dieci e trenta oggi non saremmo sposi; senza quelle sette del mattino oggi non saremmo genitori; senza quelle quattro del pomeriggio oggi non saremmo cristiani. E in ognuno di questi eventi c'è la storia di un cammino, di una domanda che un giorno abbiamo trovato il coraggio di porre, di una risposta che ci ha raccontato chi siamo e ci ha chiamato alla parte più vera di noi stessi.
E oggi vogliamo ripensare ai nostri cammini cominciando col ricordare chi ci è stato accanto, chi ci ha mostrato la strada come un tempo fece Giovanni, il quale, alla vista di Gesù, non ebbe esitazioni, e lo indicò come la persona da seguire. Giovanni che non si pose come intermediario, ma si fece da parte, restando ad indicare la direzione in cui andare. E ci sentiamo richiamati, uomini adulti, sposi, genitori, educatori, ad imitare questo atteggiamento, questa capacità di "passare la mano" senza rimanere attaccati ai nostri piccoli successi, alle nostre realizzazioni personali, alle nostre fragili sicurezze educative. Ci sentiamo richiamati al saper indirizzare verso Dio, sempre e comunque, e non verso le nostre filosofie di vita, anche quando questo significhi perdere influenza, magari proprio nei confronti di un figlio.
E ricordiamo anche il punto di svolta di quel cammino, il giorno e l'ora in cui ci siamo sentiti dire: "Chi cercate?", come i due discepoli che erano evidentemente alla ricerca di qualcuno, ma, di più, di un significato nuovo alla loro vita. E noi, non cercavamo forse una strada nuova per conoscere l'amore, per viverlo, per trasmetterlo dopo averlo ricevuto? E come noi, quante persone oggi silenziosamente cercano ogni giorno strade nuove per amare, per essere amati, per trovare un significato alla propria vita, che sia significato di verità...
E come allora, e da allora, ogni giorno, in mille modi diversi Gesù si rivolge a noi e dice: “Chi cercate?” E nella risposta che sapremo dare c'è il futuro della nostra realizzazione, della nostra Verità.
E ancora c'è quella domanda, che almeno una volta abbiamo saputo rivolgere al Maestro: “dove abiti”, chi sei? Come le prime parole che ci si scambia quando nasce un’amicizia. Poi negli anni, questa domanda abbiamo smesso di farla, convinti di sapere ormai benissimo dove abitasse Gesù, e magari pensando che fosse più prudente tenersi un po’ in disparte ed andarlo a trovare solo quando serviva.
Dove abiti? Entrando in una casa, capiamo subito se ci vive qualcuno o no, se chi la abita è persona riservata o eccentrica, o accogliente o inospitale: lo capiamo dall'arredamento, dai soprammobili, dai quadri. Respirando i profumi di una casa, cogliamo i desideri e le priorità di chi la abita. E la nostra casa, il nostro vivere, dicono a chi incontriamo che Dio ci abita? E noi, sappiamo riconoscere in ogni uomo l'abitazione segreta del nostro Signore?
Questa domanda, oggi come allora, non accetta risposte di circostanza. Se la sapremo ancora rivolgere a Gesù, avrà come sempre un esito immediato: egli ci chiederà di condividere con Lui la nostra vita. "Venite e vedrete", ci dirà ancora; la vostra strada, il vostro cammino hanno senso solo se saprete seguirmi, per vedere davvero dove abito, nella storia e nel cuore di ogni uomo. 

07/01/12

8 gennaio 2012 - BATTESIMO del Signore - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1- 7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».




Sono passati trent'anni da quando un bambino ha trasformato la Gloria di Dio, in semplice Amore. Trent'anni in cui Gesù ha vissuto nella cittadina di Nazaret, imparando da un padre e da una madre le gioie e le fatiche dell'umanità. Trent'anni per scoprire cosa sia l'uomo. Come noi, che nel cuore di una famiglia, ricca o povera di vita e d'amore, abbiamo imparato a conoscere noi stessi e gli altri, e siamo stati guidati dalle mani visibili di una madre e di un padre, e dalle mani misteriose di Dio a scoprire la nostra vocazione. E dopo trent'anni Gesù "viene da Nàzaret di Galilea ed è battezzato nel Giordano": un uomo in coda tra i molti che sceglievano la conversione predicata da Giovanni, un uomo mescolato con l'umanità, ma che era ed è la Parola d'amore di Dio, fatta carne per gli uomini.
Gesù inizia da qui e sappiamo che ogni inizio ha bisogno di un segno, di una cerimonia, di un momento in cui si concentrino le emozioni e le speranze, le promesse ed i propositi. Anche noi celebriamo l'anno nuovo con lo spumante, un'auto nuova con un viaggio, l'inizio di una vita insieme con un grande pranzo. E non badiamo a spese, perché la felicità di un giorno sia l'augurio di felicità per la vita.
Ma oggi il cristianesimo si inaugura con Gesù in coda tra i peccatori: la missione di salvezza dell'umanità inizia con la richiesta di perdono per colpe non commesse. E se la discesa dello Spirito ha il sapore dell'abbraccio di una famiglia al figlio che parte, la compiacenza del Padre ci dice che era proprio questo l’inizio sognato. Questo inizio, che ci disorienta se lo paragoniamo alle nostre "location esclusive" per i rinfreschi, ai regali costosi, ai vestiti dal lusso persino eccessivo. Ci disorienta pensare ad un Dio che "fa la fila", riconoscendo in ogni umile peccatore che lo circonda l'obiettivo stesso della sua missione. E ci domandiamo se questo atteggiamento di Gesù non sia per noi, che continuiamo a correre frettolosi verso il gesto sfolgorante che ci farà messaggeri di Dio, e ci ostiniamo a sprecare le mille occasioni umili per amare chi ci circonda.
Pensiamo mai che la lentezza dei nostri figli la mattina, quando è tardi e dobbiamo portarli a scuola e poi correre al lavoro, o quel pigia-pigia snervante per salire sul treno dei pendolari, o quelle mille altre banalità estenuanti dei nostri giorni feriali, possono essere il modo per vivere una vocazione?
Oggi Gesù guarda le nostre relazioni, le persone che amiamo, i momenti forti della nostra vita, e ci insegna a celebrarli, a non avere paura, a "non badare a spese": il "non badare a spese" del cuore, il "dare tutto" oltre ogni necessità e aspettativa, trasformando le rive del Giordano in una verità che si celebra giorno dopo giorno.
E vorremmo immaginare i Suoi occhi, che, in coda osservano il paesaggio e la folla, e provare ad incrociarli con i nostri, e chiederci se non siamo noi quelli che "lasciano passare con disprezzo le loro piccole occasioni d'amore, aspettando l'occasione per cui valga la pena" e che, forse, non arriverà mai. Vorremmo incrociarli e sentire vive le parole di Isaia "cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino", e amare tutti quegli anonimati che sono la strada di Dio per noi che abbiamo una famiglia normale, con una vita assolutamente normale, e che a volte invece vorremmo presentarci alla coda di Giovanni Battista facendoci largo, per essere i primi, i più in vista. Vorremmo incrociare i Suoi occhi, e imparare a guardare il mondo con quelli, perché il nostro immergerci in Lui non sia un rito di un giorno, ma il senso di ogni nostro desiderio d’amore. 

04/01/12

6 gennaio 2012 - EPIFANIA del Signore

+ Dal Vangelo secondo Matteo (2, 1-12)

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.




“Dov’è il re dei Giudei che è nato?”
Oggi è l’ultima nostra occasione per vederti bambino, Gesù. Un bambino che è re, Messia, liberatore, salvatore. Un re che “libererà il povero che invoca e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri.” Un re per ogni uomo che cerca, che sogna, che desidera incontrare il Signore.
Oggi guardiamo questa scena nota del tuo presepe e ci sentiamo chiedere dai magi: dov’è il tuo re? È nato veramente anche per te? Ce l’hai fatta a stare con i pastori, ad accoglierlo nella sua fragilità e potenza? O sei come Erode che deve ancora leggere, scartabellare, calcolare? O come i capi dei sacerdoti e gli scribi, che conoscono a memoria la profezia, ma sono incapaci di leggerla con il cuore e con la vita?
Loro, i Magi, si sono messi in viaggio, hanno rischiato, hanno seguito una stella. Loro, hanno visto la tua luce senza conoscerla, cogliendo la tua grandezza senza preavvisi. Loro, al vedere la tua stella sono venuti per adorarti.
E noi? L’Avvento, il Natale, la festa della Sacra Famiglia: quante stelle si sono accese per indicarci la strada in questi giorni? E quante volte le abbiamo seguite? O forse le abbiamo perse di vista?
Anche Erode, del resto, che pure ti aveva così vicino, non si era accorto di te. Quando ha saputo, ha messo in campo ogni sua forza per toglierti di mezzo: gli facevi paura, o forse soltanto non voleva saperne di un Dio che ama senza pretese, nel segreto di una culla.
Ma tu da quella culla hai conosciuto il mondo, anche quello più lontano, e il mondo ha conosciuto te.
Un po’ come quelle persone che anche oggi arrivano dall’oriente, dai posti più lontani e sconosciuti. Non sono proprio re, ma certo qualcuno di loro da te è incuriosito. Ha visto la tua stella, magari negli occhi di un volontario al centro di accoglienza, ed ora vuole adorarti. Ed ecco che noi in prima fila, dimentichiamo che tutte “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo”, con Te e con noi.
Non ricordiamo che tua madre non ha avuto timore nel mostrarti agli stranieri, e ha lasciato che ti adorassero. Non sapevano nulla di te, ma forse avevano il cuore abbastanza puro per vederti; certo più puro delle nostre disquisizioni, che ci appagano, ma sanno offuscare le stelle.
Ti riconoscono e ti offrono addirittura dei doni. Che strano, gli stessi doni che tu offri a ciascuno di noi: l’oro della tua vita divina, spesa per noi; l’incenso della santità dello Spirito che ci manderai e del sacerdozio che ci hai affidato con il Battesimo; la mirra che disegna la festa d'Amore della sposa che incontra finalmente il suo Sposo.
Oggi, allora, vogliamo fare come loro. Vogliamo seguire la stella che hai acceso dentro di noi. Non veniamo dal lontano oriente, ma tu ci conosci e desideri solo che ti offriamo la nostra quotidianità, la nostra vita di tutti i giorni con il nostro lavoro e la nostra fatica: ci chiedi di darti solo un po’ di pane e un po’ di vino, sarai tu a trasformarlo.
Nella semplicità ti riconosciamo re, salvatore, liberatore, anche noi che spesso siamo stranieri e per incontrarti dobbiamo essere smossi da lontano, da eventi straordinari. Accogli i nostri doni oggi, Gesù, aiutaci a deporre lo scrigno prezioso della nostra vita, che è il solo nostro dono per te e che scopriamo essere il dono più splendido che tu hai fatto a noi.

31/12/11

1° gennaio 2012 - Maria Santissima Madre di Dio

+ Dal Vangelo secondo Luca (2, 16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.




“Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.”
Maria: è lei la donna che oggi ci apre le porte di questo nuovo anno. Un donna splendida e silenziosa, grandissima e mite, annuncio incarnato della novità d'amore che viene ad abitare la terra.
Una donna, protagonista indispensabile, che con la sua sobrietà, la sua modestia, i suoi silenzi, ci insegna e ci guida per la strada vera della vita.
È lei che ci ha permesso di vedere gli occhi di Dio. Vederli nel figlio, Gesù, "nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli". E vederli, splendenti, nel suo stesso sguardo, nel cuore di una madre che ha saputo lasciarsi guardare da Dio, e a realizzato la grande bellezza di chi sa acconsentire al Suo amore.
Lei è per noi il segno che la speranza è possibile. Lei ci dice ogni giorno che Dio ama più del peccato e sa rendere nuove le nostre vite, se solo gli rispondiamo un semplice “sì”. L'umanità, caduta e vinta dalla colpa, è rinata nel grembo di una donna che ha lasciato al Signore facoltà di  “far risplendere per lei il suo volto e di farle grazia”. Ha dato vita a Chi le dava Vita, e ha meditato e custodito tutto questo nel silenzio, ha cullato il suo Signore nel grembo, tra le sue braccia e nel suo cuore. Ha accompagnato un figlio verso l'infinito amore di Dio, amore disposto alla croce perché l'uomo avesse la vita in abbondanza, e lei, che di tale abbondanza era stata riempita, ha tenuto il corpo dell'Amore tra le braccia dalla notte fredda di Betlemme al pomeriggio atroce e crudele di Gerusalemme.
A lei allora ci vogliamo affidare in questo nuovo inizio di anno, perché non sia una storia già percorsa quella che ci attende, ma una vita nuova, convertita dall'amore, risanata dal cuore delicato e coraggioso di Maria.
Ci affidiamo a lei, affinché da lei impariamo ad ascoltare, a concedere al Signore di abitarci, a custodire nel cuore le parole che lui ci vorrà suggerire.
Ci affidiamo a lei perché in questo nuovo anno che viene, in ogni nostro giorno di banale routine, di vita familiare, di lavoro affascinante o faticoso, di gioia o di sofferenza, cerchiamo e tendiamo verso un nuovo orientamento dello spirito.
Preghiamo lei perché nelle pieghe dei nostri giorni impariamo a scorgere i segni di Dio e a riconoscere il suo sguardo e la sua voce.
E ci auguriamo che il nostro cuore, finalmente disposto all'amore, possa anch'esso invocare che “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto” e ci guidi ad amare l'uomo come Lui lo ama.

24/12/11

25 dicembre 2011 - NATALE del Signore

+ Dal Vangelo secondo Luca (2, 1-20)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.




La Parola creatrice di Dio, il suo amore infinito per l'uomo, oggi “si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”, con noi, nelle nostre case, nella nostra vita. Una Parola che da sempre parlava ai nostri cuori, non ha esitato, per amore, a farsi vita della nostra stessa vita, passo dei nostri stessi passi. Ed il volto di Dio per amare l'uomo, la sua "incarnazione", è il più grande e primordiale inno alla vita che l'uomo conosca: un bambino.
E ogni bambino è canto al Vita perché mai visto, diverso da tutto ciò che era prima. Ogni bambino, quando nasce, cambia il mondo che gli sta intorno: un uomo e una donna diventano genitori, quattro genitori diventano nonni, una vita si appresta ad essere disegnata.Ma ogni bambino è un inno alla vita anche perché fragile di ogni fragilità, povero di tutto, incapace di ogni azione: l'unico sostegno e l'unico dono che un bambino possiede è l'amore. Un bambino vive dell'amore che lo circonda, e scambia solo amore con chi gli sta accanto.
Così, come ogni Natale, ci troviamo oggi di fronte al paradosso di un Dio-neonato, un Dio- annuncio di novità, ma un Dio fragile, un Dio indifeso. Il nostro Dio, il Verbo, il Figlio unigenito, oggi è una piccola cellula d'amore che si sprigiona da una sperduta mangiatoia di Betlemme: nulla di più umile, nulla di più ordinario, nulla di più misero, e insieme nulla di più miracoloso e straordinario.
Spesso ci è più facile credere in un Dio onnipotente, artefice di ogni sorte, padrone del modo e dei suoi destini, e dimentichiamo il segno che Lui stesso ha scelto quando è stato il momento di manifestarsi, di abitare in mezzo a noi: essere il più fragile degli uomini, un bimbo che non ha nemmeno un posto dove nascere. E questo Natale allora diventa per noi il momento di fermarci a riflettere, e di vincere la nostra costante tentazione di cercare nella fede una strada per migliorare la nostra fortuna ed il nostro presunto benessere. Certo il nostro Dio avrebbe potuto scegliere di guarire tutte le malattie, di eliminare tutte le sofferenze. Invece fa della debolezza, della vulnerabilità il segno distintivo della sua nascita. Come a dire a tutti i deboli del mondo, sono con voi; a tutti i poveri, sono uno di voi. Come a dire a chi soffre, a chi ha paura, so cosa significa, ho provato anch'io le stesse sofferenze e le stesse paure. E proprio questo essere “con-sorti” di Dio, avere un Dio più vicino di quanto noi stessi possiamo, è il miracolo che ogni anno celebriamo. Ma un Dio nuovo e vero al nostro fianco è comprensibile solo agli occhi dei “pastori”, solo agli occhi di chi ha ancora bisogno di vivere per amore, solo a chi comprende la fragilità per esserne assiduo compagno, solo a chi sa vedere il mondo con realismo e proprio per questo sa gioire della Vita quando, a dispetto di tutto, trionfa. Così oggi anche noi con i pastori vogliamo andare "senza indugio" incontro a questo bambino, dopo tante settimane di attesa. Vogliamo cantare l'inno di gioia che nasce dai cuori che hanno imparato a guardare la vita vera, le cose importanti, la bellezza della propria umiltà e semplicità. Vogliamo “gioire nel Signore”, perché “oggi la luce risplende su di noi”, e nella strada che credevamo arida e distratta abbiamo trovato un Compagno di viaggio, che ci cammina al fianco proprio nei momenti di maggiore difficoltà. Vogliamo stupirci per un Dio che abita la nostra vita condividendola, sempre ed in tutto, insegnandoci che amare non è risolvere i problemi di altri, ma andare al loro passo, soffrire quando soffrono e, poi, gioire insieme quando la fatica si placa.
Allora in questo Natale piegheremo le nostre ginocchia davanti al mistero di un Dio, che supera persino la Parola, per accompagnarci fino sull'uscio delle nostre strade, per insegnarci a non temere, insegnarci a gioire di gioia profonda, insegnarci ad amare di amore totale. 

22/12/11

18 dicembre 2011 - IV domenica di AVVENTO - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Luca (1, 26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.






È un giorno qualunque, in una casa qualunque. Una ragazza abbraccia con amore la sua normalità. E' una ragazza speciale, con una vocazione speciale, ma vive semplicemente la sua ordinarietà. E in questa casa, in un piccolo paese ai confini del mondo, avviene l'evento della storia. E questo evento assume la stessa luce domestica del luogo in cui avviene e della ragazza che ne è protagonista. Allora vorremmo, oggi, avvicinarci e guardare ciò che accade tra le mura della casa di Nazaret, in quell'angolo buio della storia, che si trasforma in luce per il mondo.
Ci accostiamo e vediamo l'arrivo di un ospite, o meglio di un messaggero dell’Ospite. Gabriele si fa accogliere da Maria, si fa ospitare nella sua piccola casa per darle un messaggio, per annunciare, a lei e al mondo, che un altro Ospite sta per arrivare. Ed entrando in casa, porta la gioia, quella gioia dirompente di chi sa che una porta si è aperta, e che ogni volta che una porta si apre, è sempre l'inizio di una relazione, di una storia: "Rallegrati, il Signore è con te".Chissà se gli angeli provano emozioni? Ci piace pensarlo, ci piace immaginare che il saluto di Gabriele sia colmo di emozione e stupore davanti alla possibilità che si compia un miracolo così grande, davanti alla donna da cui dipende la salvezza dell'umanità, davanti all'annuncio di quel miracolo consueto ma immenso, che accade ogni volta che una vita che prende forma, e cresce nel grembo di una madre.E' strano, allora, per un istante volgerci indietro, e guardare le porte chiuse delle nostre case, le paure dei nostri giorni, le notizie gridate dei nostri giornali. E' strano pensare alla gioia che può portare un ospite accolto nella nostra casa, alla nostra tavola. Accolto ed ascoltato. Ed è strano chiederci se mai ci sia venuto in mente che ogni ospite potrebbe essere per noi, messaggero di Dio...
Ma torniamo a Nazaret. Maria è turbata, non capisce. La gioia ed il timore vanno spesso di pari passo. Ogni realtà che superi le nostre speranze ci lascia a bocca aperta, ci turba, ci blocca. E Maria in quel momento, sentiva intorno a sé la potenza di un Amore che nessun uomo ha mai potuto contenere, e che lei avrebbe dovuto portare nel grembo. Ne sentiva la presenza, la gioia traboccante, la grandezza umile, e, per un istante, ha provato timore.
E quel timore assomiglia un po' al nostro, quando ci sentiamo chiamati, così come siamo, a piccole o grandi imprese d'amore. E' il timore di ciascuno di noi, quando ci accorgiamo che la nostra fragile umanità vive ed è feconda solo se sappiamo accogliere il progetto di Dio su di noi, ma quel progetto ci sembra enorme, faticoso, irrealizzabile.
E Maria, allora, si fa coraggio, anche per tutti noi, e pone domande. Si fa coraggio perché, per lei, la relazione con il suo Signore è un'abitudine. Pone domande perché la preghiera è, in lei, relazione costante, comune. Ed è solo in questa relazione abituale che può avvenire il miracolo: oggi la sua preghiera quotidiana è divenuta carne, perché nel tempo la preghiera quotidiana era già divenuta relazione.
E  con questi occhi guardiamo anche alla nostra preghiera, ai nostri riti, e ci chiediamo quanto essi siano relazione: relazione abituale e feriale con il nostro Signore, relazione abituale e feriale con tutti gli incontri d'amore in cui ci è chiesto di riconoscerLo, e metterci in gioco.
E vorremmo che il saluto dell'angelo, oggi per noi divenuto preghiera, ci insegnasse la strada per entrare nel mistero di questa relazione, per abituarci ad ascoltare le parole dei messaggeri, e ci aprisse la via per imparare ad accogliere, come Maria, il progetto di Dio su di noi. 

14/12/11

11 dicembre 2011 - III domenica di AVVENTO - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (1, 6-8. 19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.




Giovanni il messaggero, Giovanni il precursore, Giovanni la voce che grida nel deserto.
Ed è proprio da questo deserto che oggi vogliamo partire. Dal deserto, perchè ci assomiglia. Assomiglia alle nostre solitudini, ai nostri dubbi e tentennamenti. Assomiglia alle nostre case, chiuse su se stesse per paura del mondo che le circonda. Assomiglia alle tensioni che viviamo nei confronti dei nostri figli, che temiamo possano incrociare troppa cattiveria sulle loro strade.
Ma di questo deserto, Giovanni ha fatto luogo di annuncio, di cambiamento, di speranza, di novità. In questo deserto Giovanni è stato una voce. E questa stessa voce, ci sembra, potrebbe essere la nostra. Anche noi "non degni di chinarci per slegare i lacci dei sandali" di Colui che deve venire, ma anche noi capaci di urlare nel deserto.
Sì, lo possiamo, ne siamo convinti. Possiamo gridare la nostra speranza, possiamo gridare la nostra fiducia nella vita, anche in questo deserto. Lo possiamo nella nostra vita di coppia, che non è perfetta, e non lo sarà mai, che è abitata dalle nostre piccolezze e dalle nostre fatiche, che combatte ogni giorno con le nostre piccole infedeltà, ma che non teme di sprecare l'amore, di colmare e di lasciarsi colmare dalla presenza dell'altro. Lo possiamo con i nostri figli, camminando noi, dritti, nel deserto e trasformandolo in quel terreno opportuno per incontrare l'essenziale. Possiamo uscire dal nostro deserto per avviarci nel deserto di Giovanni, quello in cui "un uomo mandato da Dio, venne come testimone per dare testimonianza alla luce."
Un deserto che diventa luogo di riscoperta, luogo di rinascita, luogo adatto per l'incontro con il senso vero delle cose. Un deserto che è luogo di testimonianza. E di questa testimonianza Giovanni sentiva il bisogno, l'urgenza: "Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce." E la sua è stata una testimonianza senza tentennamenti, nella piena coscienza di sé e del suo compito. Giovanni era testimone perchè conosceva la sua missione e chi gliela aveva affidata. Sapeva di non essere il Cristo, ma sapeva anche che il suo compito di messaggero, era compito essenziale per la storia che si stava per compiere. E allora viene spontaneo domandarci: per noi, oggi, cosa significa "dare testimonianza alla luce"?
Noi, uomini e donne del nostro tempo, abbiamo mille occasioni per riconoscere i segni dei tempi, e testimoniare la nostra gioia, abbiamo mille opportunità per "non spegnere lo Spirito" che ci è stato donato, e che ogni giorno è davanti a noi per ricordarci da dove viene la nostra felicità.
Abbiamo occasioni per suscitare speranza in chi si sente sconfitto, o crede di non avere più le forze per combattere per la propria felicità, ogni volta che ci rechiamo al lavoro, o incrociamo sguardi assenti e soli nelle grandi città. Abbiamo occasione di alzare la nostra voce contro chi offende la povertà, e disdegna la vita, ogni volta che sappiamo trasformare in amore per l'uomo le chiacchiere da bar sulla politica. Abbiamo occasione di lottare dentro noi stessi con sincerità per riscoprire la nostra vocazione, ogni volta che siamo tentati di unirci alla schiera dei più, e non sappiamo volgere lo sguardo verso gli ultimi che abitano nella casa accanto, e che, per paura, vorremmo dimenticare.
A noi cogliere queste ed altre occasioni per riconoscere il Dio che c’è e che viene, e non sentirci dire, come i farisei: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. 

04/12/11

4 dicembre 2011 - II domenica di AVVENTO - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 1-8)

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».






Siamo, oggi, al cospetto di un "inizio": l'inizio di un Vangelo, l'inizio di una storia nuova, di una buona notizia. Un inizio che porta a compimento ogni speranza, ogni racconto, ogni attesa. L'inizio di una storia personale, quella di "Gesù, Cristo, Figlio di Dio", che diventa storia personale di ciascuno di noi. E questo inizio, come l'inizio di ogni storia d'amore, è un inizio che non ha tempo. Non ha tempo perché già prima di realizzarsi era atteso, sperato, sognato, come ogni giovane ragazza sogna la propria storia d'amore, molto prima che essa abbia inizio. Non ha tempo perché, come ogni storia d'amore, va ridiscussa oggi giorno, va scelta mille volte perché si realizzi nel quotidiano. Non ha tempo perché, come ogni storia d'amore, implica la fine dell'uomo vecchio, per lasciare spazio ad un uomo nuovo.
È questo il "battesimo di conversione", che Giovanni proclamava: la fine di un tempo, perché un altro, nuovo, più vero, potesse arrivare. E così noi, ogni giorno, se vogliamo scegliere l'amore, siamo chiamati a metter da parte i nostri rimpianti, le nostre piccole vendette e i nostri risentimenti, per aprire ancora una volta il nostro cuore.
Già, perché l'attesa che viviamo in questo nuovo inizio dell'anno, è un'attesa che possiamo costruire, preparare in ogni giorno della nostra vita. Quando non cediamo ai ricatti dei nostri figli, e lavoriamo perché le ferite, lasciate dalla fatica di educare, siano riempite dall'amore, prepariamo l'attesa del nostro Vangelo. Quando non facciamo del nostro amore di coppia una partita doppia di contabilità, ma costruiamo, almeno lì, la gratuità per se stessa, prepariamo l'attesa del nostro Vangelo. Quando non ci facciamo schiacciare dal pessimismo di una società, che ci vuole forzatamente tristi, ma "alziamo la nostra voce con forza" consapevoli di poter ancora "annunciare liete notizie", prepariamo l'attesa del nostro Vangelo.
Ed è con gli stessi sentimenti che “tutti gli abitanti di Gerusalemme accorrevano a Giovanni", perché avvertivano che in quell'uomo le attese di un tempo e la fatica di costruire una speranza, trovavano compimento. Così anche noi sentiamo, oggi, che vale la pena prepararci, vale la pena alzarci dai nostri comodi divani, per ricominciare il viaggio dentro noi stessi, che “ci consola” e ci ridona la vita.
Preparare, prepararsi, perché "davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno." E preparare è un verbo davvero importante, un verbo del tempo comune e del tempo speciale, insieme. Si prepara un giorno indimenticabile, ci si prepara per un evento speciale, per un viaggio. Ma preparare è anche un'attività quotidiana, famigliare: i bambini preparano la cartella, a casa si prepara la tavola. E la gioia sta proprio qui: nella cura con cui il rito dell’amore si ricrea ogni giorno, e, nella gioia semplice e serena del vivere insieme e raccontare se stessi.
Preparare allora, significa sapere che il cammino non è mai piano, ma può essere spianato. Significa prestare attenzione, prendersi cura di qualcosa che accadrà, affinché ne scaturisca la nostra felicità. Significa riconoscere, anche nei nostri deserti, la gioia e la speranza che troppo spesso restano nascosti, e scoprire, che le vie del Signore, sono quelle che attraversano allo stesso modo i nostri giorni comuni e quelli speciali. E quando tutto intorno vorrebbe dire il contrario, è proprio allora che la voce del profeta si fa sentire più forte: “Consolate, consolate il mio popolo e gridate che la sua tribolazione è compiuta.”