02/03/12

4 marzo 2012 - II domenica di Quaresima - anno "B"


+ Dal Vangelo secondo Marco (9, 2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


Gesù "fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime", e Pietro, Giacomo e Giovanni videro coi loro occhi la luce di Dio, e ne restarono confusi, certo, ma colmi di gioia, riempiti d'Amore tanto da desiderare di fermare il tempo. E subito dopo, furono invitati a tornare al mondo, portando quella luce dentro di sé.
Gesù oggi, mette davanti a noi l'amore che cambia il volto delle persone, che rende le loro vesti bianche, che persino il Padre viene a benedire. Ma ci accorgiamo di conoscerlo, l'amore che cambia i volti: è la gioia che irrompe, e non può essere fermata; sono le tante piccole "trasfigurazioni" che hanno lasciato nel nostro cuore una scintilla della luce di Dio, capace di illuminare di incredibile luce, senza mai abbagliare. Lo conosciamo quell’Amore e sappiamo che è una luce che va custodita, celebrata.
Così oggi, in questo cammino di ritorno all'essenziale, vorremmo ripercorrere la nostra storia e ricordare i nostri Tabor, per lasciarci, indifesi, toccare nel cuore, e imparare a rimuovere le nostre barriere. E immaginiamo il primo incontro con gli occhi di una madre e di un padre, nell'ora in cui ci hanno dato alla luce. In quel giorno il Signore li ha abbracciati, compiaciuto per il sì che li aveva resi collaboratori di Vita. E quella vita che era ed è realtà, e insieme mistero, concretezza, e insieme miracolo, e che solo l'Amore può generare, ci ha accolto mostrandoci una luce che ormai è svanita alla mente, ma sentiamo essere impressa nel profondo di noi. Una luce che ancora ci sa guidare ed è capace di illuminare i nostri giorni.
E ancora ripercorriamo il cammino arduo e appassionante, che ci ha presi bambini e restituiti uomini. Mentre il nostro corpo cambiava prendendo forme nuove, siamo stati condotti al Tabor della nostra anima, forse inconsapevoli, forse guidati dal desiderio profondo di scoprire una nuova identità. Ed anche in quella occasione, nel guardarci il cuore, abbiamo potuto rivedere le vesti splendenti di Colui che ci aveva pensati nel tempo e nell'eternità, e siamo stati condotti per mano alla vista della nostra vocazione. E poi ci è stato chiesto di tornare al mondo, abitato dalla quotidianità che conoscevamo, e di essere uomini e donne in mezzo a quel mondo, sapendoci abitati da una luce bianchissima, e finalmente capaci di amare.
E poi c'è stato il momento in cui quella luce siamo riusciti a scorgerla nello sguardo trasfigurato di un altro, di quell'altro che improvvisamente sentivamo essere parte di noi, essere la persona con cui incamminarci affinché di due progetti ne nascesse uno nuovo. Una luce che abbiamo riconosciuto perché noi stessi ne portavamo le tracce, e che improvvisamente ci ha resi capaci di illuminare d'amore chi ci stava vicino.
E ancora e sempre quella luce brillerà negli occhi di due giovani che conoscono l'amore, per un altro e per Dio. E ancora la potremo scorgere negli occhi di quelle persone, consumate di giorni, che raccontano con la loro vita abbandonata all'attesa, che c'è una luce dentro all'uomo che è scintilla di Dio.
Oggi allora sentiamo il richiamo a scendere al mondo, e vivere come chi ha la consapevolezza di essere chiamato ad un destino più grande, e di dover costruire quel destino nella vita di ogni giorno. Purificarci allora significherà essere pronti ad accogliere la gioia primordiale che ci trasfigura, l'Amore dirompente che ha illuminato la nostra vita, l’ha accesa, e fare nostre le parole del Padre: metterci in ascolto. Ascoltare, per tutti i giorni che seguiranno quello che l'Amore ci dice e trasformare ogni scintilla di amore nel nostro pane quotidiano. 

24/02/12

26 febbraio 2012 - I domenica di Quaresima - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».






Lo Spirito sospinge Gesù nel deserto: quaranta giorni di solitudine, tentato da Satana e servito dagli angeli. È il quadro che ci presenta questa prima domenica di Quaresima, all'inizio di quello che, forse un po' per abitudine, chiamiamo un "periodo di conversione".
Ma in questa nuova occasione per conoscerci conoscendo Lui, vogliamo provare ad imitare Gesù. Imitarlo, ed avviarci con i nostri desideri, le nostre speranze e le nostre paure in un luogo deserto dove stare soli con il nostro cuore. E questa solitudine e questo silenzio non vogliono essere spiragli aperti per lasciar entrare la malinconia, o per lasciarci prostrare dai rimpianti. Vogliamo invece spalancare una porta sul nostro cuore, per vedere finalmente noi stessi così come siamo, senza maschere e senza specchi. Quaranta giorni sono un tempo straordinariamente lungo, ma anche un tempo straordinariamente abitato se sapremo guardare in faccia le nostre più vere aspirazioni, cercando sinceramente la sorgente da cui nascono le piccole scelte che ci costruiscono. Allontanarsi da tutto, portare la propria vita all'essenziale non esonera dal dovere di scegliere e di mettersi in gioco, ma può rendere più chiare e consapevoli le nostre decisioni.
Ci sentiamo invitati, allora, in questa Quaresima a non nascondere le nostre tentazioni, ma a chiamarle con il loro nome e a capire che tentazione è tutto ciò che ci separa da noi stessi e dalla nostra più profonda vocazione all'Amore. Cedere alla tentazione è nascondere una ferita, scegliendo piuttosto un falso quieto vivere, e lasciando che un’amicizia sbiadisca, senza gridare la nostra volontà di salvarla. Cedere alla tentazione è abdicare, quasi per distrazione, al proprio compito di genitori, lasciando che un figlio non conosca la felicità pur di proteggerlo ostinatamente dal dolore. Cedere alla tentazione è chiuderci in casa godendo della nostra tiepida serenità, e dimenticare che fuori c’è una vita che scorre e che ha bisogno anche di noi per incontrare la gioia.
E così, rimanendo quaranta giorni nel deserto del nostro cuore, potremo imparare a stare con le bestie selvatiche: a camminare tra il bombardamento delle notizie urlate senza pudore; a stare al fianco di continue proposte di felicità a basso costo; a passeggiare nella logica di chi pretende che tutto si possa controllare e normare, persino la vita e la morte. Cammineremo anche noi tra le bestie selvatiche e impareremo a ritrovare il coraggio, la forza e insieme la discrezione e la delicatezza della nostra vocazione. La forza e la delicatezza dell'amore, che sa farsi largo nelle vite altrui senza invaderle, che sa farsi carico del dolore altrui senza divenirne padrone, che sa avvicinarsi al mistero dell'uomo senza pretendere di darne spiegazione.
E se sapremo continuare a cercare, per scoprire il mistero di Chi, per amore, ha scelto la croce, ci accorgeremo che anche noi siamo spesso “serviti dagli angeli”: quando il nostro coniuge si prende cura di noi, in silenzio, senza farsi notare da nessuno; quando un amico bussa inaspettatamente alla porta per il solo piacere di scambiarsi un saluto; quando guardiamo alle molte storie che accanto a noi raccontano di speranza vissuta e di amore fatto carne. E ci accorgeremo che non siamo soli nel rivolgerci al Signore ogni sera per dire: “Fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.”
Una vaga sensazione di rinascita ci accompagna in attesa della primavera. E vorremmo che questa Quaresima raccogliesse l'invito a non iniziare cose nuove senza avere prima fatto chiarezza, senza avere cercato l'essenziale, senza avere provato a fare silenzio, per dirigere gli occhi del cuore all’Amore che ispira ogni amore. 

17/02/12

19 febbraio 2012 - VII domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (2, 1-12)

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».






La folla si accalca intorno a Gesù, rientrato a Cafarnao. Una folla che già lo conosce e a cui è tornato per annunciare la Parola. E, tra la folla, quattro persone si fanno carico di accompagnare un paralitico, uno che mai avrebbe potuto raggiungere Gesù senza il loro aiuto. E, impediti nel loro procedere, hanno l'ardire di calarlo dall'alto, perché possa vedere il Maestro da vicino. Quattro persone senza un volto e senza un nome, ma senza le quali quell'uomo, fermo nel fisico, e forse anche nel cuore, non avrebbe mai visto la salvezza né dalla malattia, né dai suoi peccati.
Quattro persone il cui unico ruolo è accompagnare. Lo stesso ruolo a cui anche noi, sposi e genitori, siamo costantemente chiamati.
Accompagnare ed accompagnarsi prima di tutto come coppia, alla scoperta dell'amore, alla scoperta quotidiana della propria vocazione. Accompagnarsi reciprocamente vicino al Maestro, perché le fragilità dell'uno siano curate grazie alla premura dell'altro. Accompagnarsi e sostituirsi in tutte quelle piccole paralisi del cuore in cui l'amore non muore, ma quasi si atrofizza senza rumore, senza scontri. Accompagnarsi osando anche di scoperchiare i tetti, di ferire una scorza che sembra intoccabile. Accompagnarsi incuranti di quella folla che oggi più che mai ci fa credere che sia più facile posare una pietra irremovibile sulle nostre infermità di coppia, che non credere in una risurrezione dell'amore desiderata oltre ogni evidenza. Accompagnarsi e osservare il Maestro del perdono, perché il miracolo del perdono, è tanto più difficile e stupefacente quanto più le fatiche sono nascoste e sotterranee.
E ancora, accompagnare i propri figli, quando non camminano da soli perché sono troppo piccoli per farlo, perché sanno camminare solo grazie alla nostra mano. Accompagnarli ad un incontro che ha bisogno di essere coltivato come si coltiva un'amicizia. E accompagnare anche i figli più grandi, quelli che saprebbero muoversi con le proprie gambe, ma sono paralizzati dalle infinite inquietudini che avvolgono un bambino nel divenire uomo, o dai molteplici dubbi che si fanno strada nella mente di chi sta costruendo la verità di se stesso, o più semplicemente, fermati dalle folle stanche o disilluse, che immobili ascoltano la Parola, ma non osano più sperare nella salvezza, nel miracolo di un cambiamento, nella risurrezione dall'errore.
Di queste quattro persone non si dice null'altro: calano la barella dall'alto e poi scompaiono. Non sappiamo come abbiano commentato le parole ed il miracolo di Gesù, non sappiamo se siano andati poi a festeggiare la guarigione insieme al paralitico, o abbiano chiesto riconoscimento per il favore reso. Ma ci piace raccogliere il loro invito a scomparire dopo avere accompagnato, a non recriminare sul risultato ottenuto, o sull'uso che il paralitico ora farà della sua guarigione. Ci piace raccogliere questo invito ed imparare a non sentirci gli artefici o i responsabili della guarigione, imparare che non è la nostra parola, ma la Sua, che può salvare. A noi è chiesto solo di accompagnare, di prenderci cura di chi ci è dato di amare, e di non fermarci davanti a folle che non comprendono la sproporzione dei nostri gesti o davanti ad ostacoli che sembrerebbero insormontabili. Solo questo, e poi lo stupore di accorgerci che in ogni piccolo gesto della nostra vita possiamo ascoltare le parole di un Dio premuroso, che ci guarda sorridente e ci dice: "Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa."

11/02/12

12 febbraio 2012 - VI domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.




Un uomo impuro, piagato dalla malattia e dall'esclusione, in ginocchio supplica Gesù. Un lebbroso osa ciò che non avrebbe dovuto osare e suscita l'attenzione del Maestro, la sua compassione, il suo amore, ed ottiene di essere guarito. E una volta guarito, viene inviato agli uomini di Dio, come testimonianza per loro. La sua carne ed il suo "risarcimento" per dire ai sacerdoti che Gesù è il Messia, ma per dire a noi che l'amore per Dio, non può che passare dall'amore folle per l'Uomo.
E così veniamo quasi scaraventati al cospetto di tutti gli "esclusi" della nostra società. Vediamo zattere fatiscenti che tentano di raggiungere ogni giorno le nostre coste, vite trascinate sulle panchine delle stazioni ferroviarie, malattie troppo invadenti perché l'amore degli uomini abbia ancora il coraggio di abbracciarle come si abbraccia una vita, e finanche vite troppo invadenti per essere considerate tali.
E vediamo anche le esclusioni vissute nelle nostre case: un figlio con cui non riusciamo più a comunicare, una moglie lasciata sola a lavare, stirare, cucinare, senza veder riconosciuta la propria fatica, un marito di cui non sappiamo più apprezzare fatiche e sforzi.
Davanti a questi piccoli e grandi testimoni ci è chiesto di riconoscere che Gesù è venuto per loro, per la loro salvezza, per la loro riabilitazione. È venuto a superare una legge di esclusione, per includere tutti nell'Amore: nel Suo amore, ma prima, in questo viaggio che compiamo sulla stessa terra, nel nostro amore. Amore per l'uomo, per la sua sorte, per la sua dignità. Amore per la giustizia, per la Verità di ciascuno. Amore che va oltre le condanne irrevocabili, che supera il ribrezzo di un corpo lacero, la fatica di una relazione ferita, ed impara a riconoscere ogni piccola scintilla di Dio.
E riconosciuta la Sua mano, impariamo a desiderare di stringerla. E capiamo che quella Compassione che, con un gesto sconvolgente, ha sanato il lebbroso, oggi si piega dolcemente su di noi, sulle nostre piccole o grandi fatiche, sulle nostre “cattive abitudini”, e persino sulla nostra incapacità di amare. E lei sola ci permette di piegarci a nostra volta sopra altre ferite, e ci guida a toccare le profondità di chi ci è accanto. Solo la Sua compassione può farci accostare alla lebbra delle parole dure che hanno incrinato una relazione, alla lebbra di una ferita profonda che brucia e allontana, alla lebbra di una maternità o paternità confusa, delusa, tradita. Solo capaci di “regalare a Dio” la nostra fatica, saremo capaci d'amare.
Ma oggi il lebbroso ci insegna anche a gridare la nostra gioia, lui che non si tiene per sé il miracolo, incurante degli ordini ricevuti. Ed una disobbedienza che è corsa verso la vita, trasgressione per eccesso di gioia, ci suggerisce di sorridere anche nel grigio delle nostre strade, come si sorridono da lontano due innamorati. Ci chiama a raccontare con la nostra vita che l'amore, la speranza, la gioia, la solidarietà sono possibili, concreti, realizzabili, a “ribadire con forza che il bene esiste e vince”.
Ci spinge ad amare oltre le nostre forze, e compiere gesti pazzi per amore. E tutto questo a dispetto delle sofferenze inflitte o subite, delle delusioni, dei piccoli tradimenti quotidiani di cui siamo ora attori, ora spettatori o vittime.
E lo possiamo fare perché siamo stati noi stessi curati da un Amore capace di colmare i nostri vuoti e scavalcare le nostre asprezze. Lo possiamo perché quell'amore ci ha riempito oltre misura, trasformandoci in cisterne traboccanti, incapaci di contenerLo. Lo possiamo perché anche noi, come il lebbroso, come Paolo, siamo chiamati a diventare "imitatori" di quell'Amore. 

03/02/12

5 febbraio 2012 - V domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.




La malattia, l'infermità, la solitudine segnavano i tempi di Gesù come oggi segnano i nostri. Così questo racconto diventa quasi una cronaca di ciò che ci aspetteremmo dalla giornata-tipo del Figlio di Dio: il nuovo profeta insegna nella sinagoga e poi, osannato per i suoi prodigi, opera guarigioni e scaccia demoni.
Ma prima di ricevere le folle, Gesù aveva guarito una donna anziana colpita dalla febbre: la suocera di Simone. Una guarigione silenziosa, modesta, quasi "inutile" secondo le nostre logiche. Gli parlano di lei, e Gesù, senza clamori, senza parole, semplicemente si china, la prende per mano e la rialza.
E pensiamo a tutte le sofferenze di cui ci parlano le nostre strade e i nostri uffici, febbricitanti di anonimato e surmenage. E capiamo che Gesù può ancora chinarsi su quelle sofferenze, in silenzio. Lo può per mano nostra, ogni volta che saremo capaci di una semplice vicinanza del cuore, senza ansia del risultato, ma anche senza paura di essere contagiati dalla sofferenza, toccati dalla solitudine. Lo può ogni volta che non arretreremo al cospetto del male di vivere, quasi sollevati all'idea che non sia per noi. Imitando lui, che non ha avuto paura di mettere le sue mani tra le mani di una vecchia donna malata, e non ha avuto remore nel mescolarsi con il dolore.
E così quella donna, guarita e colma di una gioia nuova, si mette a servirli. Guarita dalla febbre, ma guarita anche dalla sensazione di essere di peso, dalla fatica di stare ai margini e vedere scorrere la vita intorno a sé. Guarita e pronta per un nuovo inizio, questa donna capisce di avere una nuova chance per giocarsi la vita. E la spende servendo. Le donne all’epoca erano tenute a servire, ma ci piace pensare a questa anziana signora come ad una giovane rinata: una donna senza nome che semplicemente ha capito quale poteva essere per lei la vera gioia.
La stessa gioia che possiamo scoprire nei nostri piccoli servizi quotidiani, o nelle infinitesimali gentilezze semplici che abbiamo occasione di compiere. E ci accorgiamo che la parola servizio, grazie all'amore, non è più sinonimo di sacrificio. Come per lei il servizio è dono, realizzazione, nuova scelta di vita dopo essersi liberata dalla schiavitù della malattia, così per noi diventa libertà da ogni condizionamento, da ogni vincolo, da ogni ricatto. Non è per l'altro che ogni giorno carichiamo una lavatrice, non è per marito e figli che prepariamo un pasto curato, non è per la moglie che diamo l'olio a quella porta che cigola, o ricordiamo un anniversario importante, ma per obbedienza all'amore. È l'amore che ci chiama ad essere suoi servi, perché questa è l'unica schiavitù capace, in un misterioso paradosso, di divenire libertà.
Ma poi lasciate la donna e le folle, scorgiamo Gesù che si apparta per pregare. E quasi ci stupiamo che anche lui abbia bisogno di farlo. E vedendo Gesù che prega scopriamo che il senso della nostra preghiera è cercare la sua mano pronta a rialzarci e a liberarci delle nostre fragilità. E ancora una volta, guariti da questa mano silenziosa, riusciamo a scorgere i tanti piccoli miracoli che ancora compie nelle nostre giornate. Non è forse un miracolo scambiarsi un bacio, veder crescere un figlio o perdonare uno sgarbo?
“Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore. Questa attenzione, che diventa gratitudine, è molto importante per noi e ci crea una memoria del bene che ci aiuta anche nelle ore buie. Dio compie cose grandi, e chi ne fa esperienza - attento alla bontà del Signore con l'attenzione del cuore - è ricolmo di gioia.” (Benedetto XVI)
E così scopriamo il segreto di ogni nostra preghiera: la capacità di riordinare i nostri desideri, e di orientarli verso la felicità. Così da diventare l'unica via per tornare alla Relazione d'Amore che rigenera ogni nostra relazione, e ripartire verso il villaggio vicino, con la forza di chi sa che il proprio quotidiano è missione e mai banalità. 

27/01/12

29 gennaio 2012 - IV domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 21-28)

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.




E' sabato, nella sinagoga di Cafarnao un uomo si alza e commenta le Scritture. Ma i suoi insegnamenti hanno un'autorità diversa, nuova, che genera stupore. Un'autorità ignorata dagli scribi, che studiavano i libri della Legge e ammaestravano il popolo grazie alla propria cultura.
È un'esperienza che agli educatori capita spesso, non tutti gli insegnamenti sono uguali: un ordine viene rispettato ed un altro no, un'indicazione viene seguita ed un'altra no. E noi vorremmo essere sempre nella parte di Gesù, vorremmo essere ascoltati come lo era Lui quel sabato.
Ma da dove viene la Sua autorità?
Certo deriva dal fatto che Lui è quella Parola divenuta carne, Lui, a quella parola, dà vita, la abita. Ma se proviamo ad immaginare la sua voce in quella sinagoga, o nelle nostre chiese, ci accorgiamo che spiegando l’insegnamento di Dio, Lui non spiega una legge, ma racconta l'Amore. E se nessuno di noi può dire di essere ciò che Lui era, crediamo però che ciascuno possa essere capace dello stesso slancio.
Perché in realtà anche gli scribi dicevano cose giuste, forse in parte le stesse che diceva Gesù. Ma probabilmente le ripetevano senza esserne coinvolti, tanto da non distinguere più il vero dal falso. O forse addomesticavano la verità alle loro esigenze, mostrandone solo una parte: la gente li ascoltava, credeva in quello che dicevano, ma era disorientata. Come capita anche oggi: bombardati da insegnamenti diversi e parziali, ci viene il sospetto che questi insegnamenti siano al servizio di chi li propone e non della Verità.
E ci tornano alla mente anche tutte quelle comuni discussioni domestiche in cui ci troviamo a sostenere saldi principi morali, o a discutere con i nostri figli di ciò che guida e ispira le nostre scelte di vita. Vogliamo spiegare e convincere che crediamo in una legge nuova e diversa, e atteggiamo la voce perchè sia piena di autorità. Ma ci chiediamo se a guidarci nel labirinto delle scelte che il quotidiano ci propone, sia la Legge o l'Amore, e se quella che sappiamo proporre sia autorità o imposizione?
E ancora, un altro episodio, accaduto in questo lontano sabato, ci fa pensare: mentre tutti sono ammirati davanti a quell’Uomo, tocca ad uno spirito impuro, in un disperato gesto di sfida, renderGli testimonianza. Un nemico che si mette in gioco, arriva dove la cautela dei “buoni” impedisce di arrivare. E la serena ma ferma risposta che allontana il male è l'atteggiamento che vorremmo imitare. Noi, nei panni di Gesù, saremmo stati tentati di dire che le affermazioni dello spirito rispondevano al vero, inciampando nella lusinga delle sue parole. Noi, che a volte dimentichiamo di contemplare la coerenza, tra gli ingredienti della nostra autorità.
E ci accorgiamo che quella Parola, che non disdegna di abitare le nostre domeniche distratte ed abitudinarie, viene ancora a liberarci dalle nostre debolezze, dalle nostre fragilità. E ci sembra di entrare in un gioco delle parti, in cui l'autorità di Gesù fa a noi quello che fece all'indemoniato: ci affranca da noi stessi, dai nostri pregiudizi, dalle nostre presunzioni, e da tutti quegli atteggiamenti svuotati d'amore che rendono il nostro insegnamento privo di significato. E insieme quella stessa Parola, che un giorno ci ha desiderati a sua immagine e somiglianza, ci dona la capacità di amare chi ci sta accanto fino a far sgorgare la sua Verità: ci dona l'autorità necessaria per accompagnare figli, mariti, mogli, amici, a decifrare ciò che un giorno Dio ha sognato per loro.
E solo così, accogliendo l’autorità dell’Amore, potremo testimoniare con la vita sdrucciola dei nostri giorni, la felicità di essere divenuti capaci di noi stessi, uomini liberati e veri. 

20/01/12

22 gennaio 2012 - III domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 14-20)

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.




Una mattina, lungo il mare di Galilea, alcuni uomini partono per la pesca, attendendo alle normali occupazioni cui li chiama la loro piccola impresa famigliare. La speranza di un guadagno giusto, l'avvio dell'attività di ogni giorno, tiene occupati uomini semplici e onesti. E alla riva le solite voci del lago.
Una mattina come quelle in cui nelle nostre case suona una sveglia troppo zelante, che ci chiama ai nostri lunedì. Un rapido caffè, e poi chiamiamo i più piccoli e intimiamo loro di sbrigarsi per non fare tardi. E lo stesso brulichio delle rive del lago si rianima nelle nostre stanze: lavati, vestiti, controlla borse e cartelle, e poi giù dalle scale, per correre alla nostra giornata. E le mosse e le voci sono sempre le stesse, e ci spingono a saluti distratti e frettolosi.
Ma per quei pescatori, quella mattina risuonò una voce nuova, diversa, capace di un amore che nessuno aveva mai saputo esprimere. O almeno crediamo, se "subito lasciarono le reti e lo seguirono". La voce di quella mattina era la voce che dava loro una nuova occasione di vita, che spiegava a ciascuno il significato della propria esistenza, era la voce dell'incontro atteso e sognato, in cui forse avevano smesso di sperare. E ci chiediamo se noi siamo capaci di ascoltarla quella voce, tra i suoni importuni della nostra routine. Ci chiediamo se siamo pronti a cercarla, se crediamo ancora che una voce diversa, piena d'amore, possa risuonare per noi o per i nostri figli, e chiamarci verso una felicità insperata, quella di chi vede versare amore traboccante nella propria fragile normalità.
Sì, perché quello a cui Gesù ha chiamato gli ignari pescatori, non era un destino straordinario, non ha detto loro che sarebbero diventati altro da ciò che erano, ma ha trasformato la loro realtà, rendendola piena di significato: sempre pescatori, ma di uomini. E questo è l'invito che ogni giorno rivolge a noi, e che spesso rischiamo di ritenere banale: sempre sposi, sempre figli e genitori, sempre operai, insegnanti, impiegati. Sempre noi, ma con una caratteristica diversa, che cambia il senso di tutto ciò che facciamo e che siamo: l'Amore.
Questo significava per Simone e gli altri “pescare uomini”: tendere reti, affrontare notti e pericoli, ma per amore, superando gli ostacoli spiccioli del loro cuore e della loro fatica perché l'Amore permetteva loro di volare più in alto. E non dovevano più accontentarsi di piccoli pesci, ma potevano mirare al cuore degli uomini che cercavano un senso, un cambiamento, un Dio talmente grande da farsi uno di loro.
Ma per fare questo bisogna essere capaci di convertirsi, di credere ad una notizia buona, nuova e sconvolgente. Bisogna essere disposti a lasciarsi trasformare, a "girare" il cuore verso le cose che contano, senza esitazioni, senza distrazioni. Eppure quando quella voce risuona per noi e ci dice "venite dietro a me, vi renderò capaci del mio Amore", siamo tentati di rispondere: “grazie, siamo già a posto”. Andiamo a messa, non facciamo del male a nessuno: è tutto quello che dobbiamo fare. E a volte, quella notizia buona non ci sembra tale: il mondo in cui viviamo è difficile, c'è la crisi economica, l'effetto serra... Ci sembra che il vangelo non risolva i nostri problemi. Di "convertirci" ci manca quasi il tempo, e speriamo che Gesù non passi sulle rive del nostro lago, che non voglia chiamare proprio noi. O forse non ci tiriamo indietro, ma gli chiediamo di ripassare più tardi, di darci il tempo per riordinare le idee e capire quanto vogliamo "sporcarci di Dio" e quanto no.
Ma la storia di quei pescatori ci dice che questo atteggiamento non ci è concesso, che anche noi siamo chiamati a distinguere le voci che contano. Ed è per questo che oggi, nella fragilità di chi non sa come lasciare tutto e si sente terribilmente attratto dalla proprie sicurezze, vogliamo rispondere a Lui, con le parole del salmista: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.”

13/01/12

15 gennaio 2012 - II domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (1, 35-42)

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.




Erano le dieci e trenta, l’ora fissata per il nostro matrimonio. Erano le sette del mattino quando nacque nostro figlio. Erano le quattro del pomeriggio quando due uomini, discepoli di Giovanni, si misero a seguire Gesù. Storie diverse, lontane nel tempo, ma in realtà, una sola infinita storia di ricerca, di amore, di vita.
L'orario di un avvenimento si ricorda solo se ha segnato un passaggio, un cambiamento, una novità assoluta di cui non si è più potuto fare a meno: senza quelle dieci e trenta oggi non saremmo sposi; senza quelle sette del mattino oggi non saremmo genitori; senza quelle quattro del pomeriggio oggi non saremmo cristiani. E in ognuno di questi eventi c'è la storia di un cammino, di una domanda che un giorno abbiamo trovato il coraggio di porre, di una risposta che ci ha raccontato chi siamo e ci ha chiamato alla parte più vera di noi stessi.
E oggi vogliamo ripensare ai nostri cammini cominciando col ricordare chi ci è stato accanto, chi ci ha mostrato la strada come un tempo fece Giovanni, il quale, alla vista di Gesù, non ebbe esitazioni, e lo indicò come la persona da seguire. Giovanni che non si pose come intermediario, ma si fece da parte, restando ad indicare la direzione in cui andare. E ci sentiamo richiamati, uomini adulti, sposi, genitori, educatori, ad imitare questo atteggiamento, questa capacità di "passare la mano" senza rimanere attaccati ai nostri piccoli successi, alle nostre realizzazioni personali, alle nostre fragili sicurezze educative. Ci sentiamo richiamati al saper indirizzare verso Dio, sempre e comunque, e non verso le nostre filosofie di vita, anche quando questo significhi perdere influenza, magari proprio nei confronti di un figlio.
E ricordiamo anche il punto di svolta di quel cammino, il giorno e l'ora in cui ci siamo sentiti dire: "Chi cercate?", come i due discepoli che erano evidentemente alla ricerca di qualcuno, ma, di più, di un significato nuovo alla loro vita. E noi, non cercavamo forse una strada nuova per conoscere l'amore, per viverlo, per trasmetterlo dopo averlo ricevuto? E come noi, quante persone oggi silenziosamente cercano ogni giorno strade nuove per amare, per essere amati, per trovare un significato alla propria vita, che sia significato di verità...
E come allora, e da allora, ogni giorno, in mille modi diversi Gesù si rivolge a noi e dice: “Chi cercate?” E nella risposta che sapremo dare c'è il futuro della nostra realizzazione, della nostra Verità.
E ancora c'è quella domanda, che almeno una volta abbiamo saputo rivolgere al Maestro: “dove abiti”, chi sei? Come le prime parole che ci si scambia quando nasce un’amicizia. Poi negli anni, questa domanda abbiamo smesso di farla, convinti di sapere ormai benissimo dove abitasse Gesù, e magari pensando che fosse più prudente tenersi un po’ in disparte ed andarlo a trovare solo quando serviva.
Dove abiti? Entrando in una casa, capiamo subito se ci vive qualcuno o no, se chi la abita è persona riservata o eccentrica, o accogliente o inospitale: lo capiamo dall'arredamento, dai soprammobili, dai quadri. Respirando i profumi di una casa, cogliamo i desideri e le priorità di chi la abita. E la nostra casa, il nostro vivere, dicono a chi incontriamo che Dio ci abita? E noi, sappiamo riconoscere in ogni uomo l'abitazione segreta del nostro Signore?
Questa domanda, oggi come allora, non accetta risposte di circostanza. Se la sapremo ancora rivolgere a Gesù, avrà come sempre un esito immediato: egli ci chiederà di condividere con Lui la nostra vita. "Venite e vedrete", ci dirà ancora; la vostra strada, il vostro cammino hanno senso solo se saprete seguirmi, per vedere davvero dove abito, nella storia e nel cuore di ogni uomo. 

07/01/12

8 gennaio 2012 - BATTESIMO del Signore - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1- 7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».




Sono passati trent'anni da quando un bambino ha trasformato la Gloria di Dio, in semplice Amore. Trent'anni in cui Gesù ha vissuto nella cittadina di Nazaret, imparando da un padre e da una madre le gioie e le fatiche dell'umanità. Trent'anni per scoprire cosa sia l'uomo. Come noi, che nel cuore di una famiglia, ricca o povera di vita e d'amore, abbiamo imparato a conoscere noi stessi e gli altri, e siamo stati guidati dalle mani visibili di una madre e di un padre, e dalle mani misteriose di Dio a scoprire la nostra vocazione. E dopo trent'anni Gesù "viene da Nàzaret di Galilea ed è battezzato nel Giordano": un uomo in coda tra i molti che sceglievano la conversione predicata da Giovanni, un uomo mescolato con l'umanità, ma che era ed è la Parola d'amore di Dio, fatta carne per gli uomini.
Gesù inizia da qui e sappiamo che ogni inizio ha bisogno di un segno, di una cerimonia, di un momento in cui si concentrino le emozioni e le speranze, le promesse ed i propositi. Anche noi celebriamo l'anno nuovo con lo spumante, un'auto nuova con un viaggio, l'inizio di una vita insieme con un grande pranzo. E non badiamo a spese, perché la felicità di un giorno sia l'augurio di felicità per la vita.
Ma oggi il cristianesimo si inaugura con Gesù in coda tra i peccatori: la missione di salvezza dell'umanità inizia con la richiesta di perdono per colpe non commesse. E se la discesa dello Spirito ha il sapore dell'abbraccio di una famiglia al figlio che parte, la compiacenza del Padre ci dice che era proprio questo l’inizio sognato. Questo inizio, che ci disorienta se lo paragoniamo alle nostre "location esclusive" per i rinfreschi, ai regali costosi, ai vestiti dal lusso persino eccessivo. Ci disorienta pensare ad un Dio che "fa la fila", riconoscendo in ogni umile peccatore che lo circonda l'obiettivo stesso della sua missione. E ci domandiamo se questo atteggiamento di Gesù non sia per noi, che continuiamo a correre frettolosi verso il gesto sfolgorante che ci farà messaggeri di Dio, e ci ostiniamo a sprecare le mille occasioni umili per amare chi ci circonda.
Pensiamo mai che la lentezza dei nostri figli la mattina, quando è tardi e dobbiamo portarli a scuola e poi correre al lavoro, o quel pigia-pigia snervante per salire sul treno dei pendolari, o quelle mille altre banalità estenuanti dei nostri giorni feriali, possono essere il modo per vivere una vocazione?
Oggi Gesù guarda le nostre relazioni, le persone che amiamo, i momenti forti della nostra vita, e ci insegna a celebrarli, a non avere paura, a "non badare a spese": il "non badare a spese" del cuore, il "dare tutto" oltre ogni necessità e aspettativa, trasformando le rive del Giordano in una verità che si celebra giorno dopo giorno.
E vorremmo immaginare i Suoi occhi, che, in coda osservano il paesaggio e la folla, e provare ad incrociarli con i nostri, e chiederci se non siamo noi quelli che "lasciano passare con disprezzo le loro piccole occasioni d'amore, aspettando l'occasione per cui valga la pena" e che, forse, non arriverà mai. Vorremmo incrociarli e sentire vive le parole di Isaia "cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino", e amare tutti quegli anonimati che sono la strada di Dio per noi che abbiamo una famiglia normale, con una vita assolutamente normale, e che a volte invece vorremmo presentarci alla coda di Giovanni Battista facendoci largo, per essere i primi, i più in vista. Vorremmo incrociare i Suoi occhi, e imparare a guardare il mondo con quelli, perché il nostro immergerci in Lui non sia un rito di un giorno, ma il senso di ogni nostro desiderio d’amore. 

04/01/12

6 gennaio 2012 - EPIFANIA del Signore

+ Dal Vangelo secondo Matteo (2, 1-12)

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.




“Dov’è il re dei Giudei che è nato?”
Oggi è l’ultima nostra occasione per vederti bambino, Gesù. Un bambino che è re, Messia, liberatore, salvatore. Un re che “libererà il povero che invoca e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri.” Un re per ogni uomo che cerca, che sogna, che desidera incontrare il Signore.
Oggi guardiamo questa scena nota del tuo presepe e ci sentiamo chiedere dai magi: dov’è il tuo re? È nato veramente anche per te? Ce l’hai fatta a stare con i pastori, ad accoglierlo nella sua fragilità e potenza? O sei come Erode che deve ancora leggere, scartabellare, calcolare? O come i capi dei sacerdoti e gli scribi, che conoscono a memoria la profezia, ma sono incapaci di leggerla con il cuore e con la vita?
Loro, i Magi, si sono messi in viaggio, hanno rischiato, hanno seguito una stella. Loro, hanno visto la tua luce senza conoscerla, cogliendo la tua grandezza senza preavvisi. Loro, al vedere la tua stella sono venuti per adorarti.
E noi? L’Avvento, il Natale, la festa della Sacra Famiglia: quante stelle si sono accese per indicarci la strada in questi giorni? E quante volte le abbiamo seguite? O forse le abbiamo perse di vista?
Anche Erode, del resto, che pure ti aveva così vicino, non si era accorto di te. Quando ha saputo, ha messo in campo ogni sua forza per toglierti di mezzo: gli facevi paura, o forse soltanto non voleva saperne di un Dio che ama senza pretese, nel segreto di una culla.
Ma tu da quella culla hai conosciuto il mondo, anche quello più lontano, e il mondo ha conosciuto te.
Un po’ come quelle persone che anche oggi arrivano dall’oriente, dai posti più lontani e sconosciuti. Non sono proprio re, ma certo qualcuno di loro da te è incuriosito. Ha visto la tua stella, magari negli occhi di un volontario al centro di accoglienza, ed ora vuole adorarti. Ed ecco che noi in prima fila, dimentichiamo che tutte “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo”, con Te e con noi.
Non ricordiamo che tua madre non ha avuto timore nel mostrarti agli stranieri, e ha lasciato che ti adorassero. Non sapevano nulla di te, ma forse avevano il cuore abbastanza puro per vederti; certo più puro delle nostre disquisizioni, che ci appagano, ma sanno offuscare le stelle.
Ti riconoscono e ti offrono addirittura dei doni. Che strano, gli stessi doni che tu offri a ciascuno di noi: l’oro della tua vita divina, spesa per noi; l’incenso della santità dello Spirito che ci manderai e del sacerdozio che ci hai affidato con il Battesimo; la mirra che disegna la festa d'Amore della sposa che incontra finalmente il suo Sposo.
Oggi, allora, vogliamo fare come loro. Vogliamo seguire la stella che hai acceso dentro di noi. Non veniamo dal lontano oriente, ma tu ci conosci e desideri solo che ti offriamo la nostra quotidianità, la nostra vita di tutti i giorni con il nostro lavoro e la nostra fatica: ci chiedi di darti solo un po’ di pane e un po’ di vino, sarai tu a trasformarlo.
Nella semplicità ti riconosciamo re, salvatore, liberatore, anche noi che spesso siamo stranieri e per incontrarti dobbiamo essere smossi da lontano, da eventi straordinari. Accogli i nostri doni oggi, Gesù, aiutaci a deporre lo scrigno prezioso della nostra vita, che è il solo nostro dono per te e che scopriamo essere il dono più splendido che tu hai fatto a noi.