13/04/12

15 aprile 2012 - II domenica di Pasqua - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 




E' tornato. Ha vinto le porte chiuse, ha vinto le nostre paure, ha vinto persino la nostra incertezza ed incredulità. E' tornato per donarci il perdono e la pace. Questa è la buona notizia di oggi: siamo amati di un amore forte, impossibile da sconfiggere, capace oltre ogni resistenza.
Gesù entra nelle nostre stanze chiuse, e come a voler togliere l'aria stantia, soffia su di noi lo Spirito che cancella il peccato. Cancella quel peccato che non è una cosa visibile, come una ruga sul viso, o come le ferite di Gesù. E non è neanche "aver fatto qualcosa di male" o una macchia indelebile sull'anima. Cancella il peccato di mancare all'appuntamento con l'Amore, di essersi allontanati come aveva fatto quella domenica Tommaso.
E così insieme ai dodici scopriamo che non abbiamo più un Dio da temere, ma un Dio che desidera stare in mezzo a noi, al centro delle stanze della nostra vita, e che a noi, amici suoi, è concesso di ricambiare il suo amore con il nostro. Questa è la pace. Non l'assenza di dolore, non l'assenza di timore, non l'assenza del desiderio di fuggire davanti a tristezze o gioie più grandi di noi, ma l'amore scambiato tra Dio e la nostra fragile umanità, scambiato con quel Dio che ci viene a cercare, anche quando lo chiudiamo fuori.
Chi è fuori dalla stanza non può capire, visto da fuori sembra assurdo, incredibile. E certo anche noi ci scopriamo a pensare incredibile una simile vicinanza con Lui, ci scopriamo a voler toccare con mano, prima di credere di non essere più esecutori supini di una legge, ma uomini chiamati a vestire l'abitudine dell'amore totale. Ci scopriamo ad essere un po' come Tommaso, quando la paura di un'altra delusione ci rende schiavi del passato, quando credere ci sembra una mancanza di buon senso, quando avere fede ci sembra una scommessa troppo grande.
Ma quasi a rispondere alle nostre richieste di assicurazione, al nostro desiderio di mettere le mani nei buchi dei chiodi e nella ferita del costato, il Signore ci dona altri uomini con cui condividere il suo amore, così che amando l'uomo troviamo la radice dell'Amore, e amando Lui impariamo ad amare l'uomo.
Ecco allora che anche le nostre piccole occupazioni sdrucciole, quelle in cui non ci accorgiamo nemmeno di avere l'amore come prima ed ultima radice, diventano la nostra palestra e la nostra garanzia. Ecco che scoprendo la delicatezza di un marito o di una moglie, o spiando il sorriso innamorato di un figlio, e contemplando la generosità di un bambino o la sincerità di una amicizia, sentiamo crescere in noi quella pace che è gioia piena del cuore, e scopriamo che quella pace può arrivare solo da Lui e può condurci solo a Lui, attraverso innumerevoli e sconosciute strade. Così ogni gesto che siamo abituati a catalogare tra i doveri scontati, ogni occupazione che formalmente classifichiamo tra i gesti dovuti, non sono che la via vera, sincera e non formale, per camminare ciascuno e tutti verso la pace del cuore.
Pace a noi, allora, che scopriamo l'amore, o che fatichiamo a trovarlo, o che ci sforziamo ogni giorni per tenerlo vivo. Pace a noi, che scopriamo la testimonianza che vive della vita semplice, e scorgiamo l'amore grande di Dio, proprio nell'amore piccolo, e faticoso della nostra casa. Pace a noi, che grazie a questa pace che viene dal Suo perdono, e dalla Sua vicinanza, troviamo la forza per riaprire le nostre porte, le porte dei nostri bui cenacoli, per farli diventare nuova strada verso la Luce.

07/04/12

8 aprile 2012 - PASQUA DI RISURREZIONE

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.




Oggi è il giorno della gioia. Cristo è risorto. La morte è vinta. La luce è tornata. La festa d’ora in poi è festa per sempre, festa per ogni giorno, perché "per sempre è il Suo amore".
E corriamo anche noi per le strade con il sorriso sui volti e le braccia alzate, e proseguiamo la strada di chi, nel tempo, ha ripetuto questo annuncio: Cristo è tornato tra i vivi. E come allora, anche noi abbiamo giorni in cui l'annuncio è pieno di stupore, misto di paura, come fu l'annuncio di Maria di Magdala che corse dai dodici dopo aver visto la pietra rotolata via dal sepolcro. Anche per noi ci sono giorni in cui le parole sono più timide della certezza della fede, e non sappiamo dire altro che "hanno portato via il Signore, e non sappiamo dove sia". E abbiamo giorni in cui la certezza di una presenza accanto ci spinge a correre, a muoverci senza esitazione e timore, come il discepolo amato. E giorni in cui la fatica, la stanchezza, l'aver conosciuto il peso dell'amore ci fa camminare lenti, senza troppo slancio.
Ma alla fine del cammino, giunti sulla soglia del sepolcro, ciascuno di noi, con i suoi tempi ed i suoi modi, proclama la vittoria dell'amore. Perché anche noi l'abbiamo visto risorgere l'amore, almeno una volta. L'abbiamo visto risorgere in quella coppia che ha superato una crisi, in quei genitori che hanno attraversato la perdita di un figlio imparando ad amare come figli tutti coloro che gli è dato di amare, in quelle cento, mille persone che decidono quotidianamente di donare tutta la loro vita al servizio di chi non ha nulla da dare in cambio. E vedendo l'amore risorgere dalle dichiarazioni di morte che giornali e opinione pubblica spesso ostentano, abbiamo, giorno dopo giorno, imparato a credere.
E così attraversando il tempo e lo spazio, possiamo gridare oggi come allora in Palestina, la fine del silenzio di Dio, la fine della sua lontananza, per dichiararne apertamente la Paternità e l'Amore.
Ma questa Risurrezione non è soltanto l'annuncio di un evento storico, sconvolgente, ma passato, come non è un evento storico, confinato nel tempo, il giorno delle nozze, né lo è la data di nascita di un figlio.
La Risurrezione è l'inizio di una storia, un evento che cambia la storia, la nostra prima ancora che quella universale. Oggi la felicità trova un motivo che la alimenta, un avvenimento di fronte al quale ogni tristezza, ogni paura si dissolvono. E ogni gioia, anche la più piccola si riempie di un significato grande; anche la felicità più piccola si specchia nell'eternità, si scopre ad avere origine nell'amore di un Dio che ci vuole felici e per noi ha osato l'impensabile.
E questo è l'evento, la notizia, l'imprescindibile novità del nostro essere seguaci Suoi: se Cristo è risorto per noi, anche noi "siamo risorti con Cristo". Oggi è Risurrezione anche da quella quotidianità che ci fa essere indifferenti, da quella fatica di vivere che ci rende insensibili.
Non c’è più timore allora nel perdere la memoria di un’ingiustizia subita, vivendo nella carne e nel cuore la misericordia prima ancora del perdono, perché ogni ingiustizia è già stata vinta e ogni rancore già superato.
Non c’è più timore nell’affrontare la fatica di educare un figlio alla condivisione e al dono gratuito di sé, sapendo che sarà deriso e considerato inadatto al tempo che abita, perché l’Amore ha già vinto la sua battaglia per noi.
Non c’è più timore nel perdere forze ed energie per impedire che le piccole gioie delle nostre giornate vengono soffocate dalla disattenzione, dalla fretta, dalle preoccupazioni, perché oggi capiamo quanto abbiano piena cittadinanza, quanto partecipino dell'amore di Dio, quanto siano coinvolte nella sua Risurrezione.
Così oggi vogliamo perderci nella lode e dedicare un pensiero a tutti quei momenti di piccola gioia domestica, quei momenti così quotidiani e consueti da sembrare banali, da non meritare neppure di essere ricordati. Uno sguardo, una carezza, un sorriso. Un favore, una gentilezza, un complimento inatteso. Il sapore del vivere insieme, del prenderci cura gli uni degli altri, dell'abitare la stessa casa o lo stesso mondo. Vogliamo perderci nella lode e portare nei giorni che verranno una certezza: quanto “è stato fatto dal Signore è una meraviglia ai nostri occhi.” 

26/03/12

25 marzo 2012 - V domenica di Quaresima - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (12, 20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.




Perdere la propria vita, spenderla senza speranza di un guadagno, non trattenerla gelosamente come un tesoro privato: non è l'invito ad una quotidianità insipiente quello che oggi Gesù ci rivolge, ma la chiara indicazione ad organizzare i nostri giorni seguendo l'esempio di chi, accettando di essere "innalzato da terra", attirò tutti a sé. Con questo suggerimento oggi si conclude il nostro itinerario quaresimale, in cui abbiamo provato a rivisitare la nostra vita e a lasciarci interrogare da Lui per trovare strade rinnovate su cui dirigere i nostri passi.
E la similitudine che oggi Gesù ci indica è semplice e chiara: siamo, possiamo essere, come un chicco di grano, destinato a cadere in terra e a lasciarsi morire, per divenire ciò che è veramente, cioè spiga, grano, nutrimento.
Lo sappiamo, la morte è un pensiero difficile, ci fa paura. Il più delle volte, uno strano senso di imbarazzo e pudore ci porta persino ad evitare l’argomento. Ci fa paura la morte fisica, ma, forse ancora di più, ci fa paura l'idea di lasciarci andare completamente alla volontà di chi ci ha amato per primo, correndo tutti i rischi della fragilità e della debolezza dell'amore. Ci fa paura morire a noi stessi per seguire Lui, ma ci fa paura anche morire a noi stessi per amore di chi ci vive accanto, di chi un giorno abbiamo deciso di amare per sempre, di chi ci è stato affidato senza che noi lo conoscessimo, né potessimo governare in qualche modo la sua libertà. Ci fanno paura le tante, piccole o grandi morti che affrontiamo ogni giorno e che attraversano la nostra vita. Moriamo un po' ogni volta che si spezza un legame, quando qualcuno se ne va, quando ci accorgiamo che il nostro bambino non è più un bambino, ma adolescente, o addirittura uomo, ed è ora che ascolti la voce venuta per lui e non per noi. Moriamo un po' ogni volta che la vita ci costringe a cambiare in profondità, ad abbandonare un'immagine che avevamo di noi stessi, a rinunciare ad un progetto o ad un sogno. Per morire ci vuole coraggio, perché nella morte c'è sempre una parte di sofferenza, di dolore. Staccarci dalla vita, o da una persona, o dall'immagine che abbiamo di qualcuno o di noi, fa male.
Ma oggi, con Lui, che pure ha conosciuto il "turbamento dell'anima" nel momento in cui si avvicinava l’ora per cui era stato mandato, con Lui siamo chiamati ad uccidere le nostre paure e a scoprire che esse ci rendono sordi e ciechi davanti all'Amore. Siamo chiamati a lasciarci plasmare ancora una volta, per sentire la sua voce quando la delusione e la tristezza vorrebbero prendere il sopravvento, e farci credere che dalla morte sia meglio fuggire, convinti che possa ancora avere l’ultima parola.
Ce lo ha detto con chiarezza, e lo ha vissuto per noi nella sua carne: il chicco di grano che muore, dà frutto; ogni morte a se stessi, apre ad una vita più grande.
Allora oggi vogliamo imparare ad andare incontro a queste piccole grandi morti con umiltà, a seguire Lui con fiducia sapendo che “dove è Lui, là sarà anche il suo servitore”. Vogliamo rinunciare all'idea di essere indispensabili, e non costruire relazioni basate sul bisogno che gli altri hanno di noi. Vogliamo imparare a riconoscerci chicco e non pretendere di essere spiga. Perché il chicco non racconta il campo di grano, come una nota non fa una sinfonia, né una goccia il mare. Ma ogni chicco, ogni nota, ogni goccia, realizzando la propria autenticità diventeranno campo, e musica, e mare.
Oggi vogliamo seguirlo e vivere il “paradosso” di una morte che dà vita, e di un amore più forte di ogni silenzio o di ogni fine. Vogliamo sentirci davvero attirati a Lui, e seguirlo nello "sperpero" di tutto ciò che siamo, di tutto l’amore che sappiamo, lasciando che “scriva la sua legge sul nostro cuore”.

16/03/12

18 marzo 2012 - IV domenica di Quaresima - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (3, 14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».




Luce e tenebre, notte e giorno sono messi a confronto in questo dialogo tra Gesù e Nicodemo. E si contrappongono oggi anche nel nostro viaggio quaresimale a colloquio con il nostro essere amici e seguaci dello stesso Cristo che Nicodemo ha interrogato nella notte.
E allora ci sentiamo spinti a guardare negli occhi tutte le nostre notti, quelle che abbiamo vissuto di persona e quelle che abbiamo sfiorato, incontrando la notte di chi ci camminava al fianco. Ci sono le notti che ci spingono a dubitare, quelle che ci tolgono il fiato e le forze, quelle che ci bloccano di paura. Ci sono le notti in cui ci incamminiamo per nostra volontà, credendo di poter fare a meno dell'amore, e quelle che ci sentiamo scaraventate addosso e che chiamiamo, non senza rabbia e disprezzo, il "destino".
Ma che senso hanno tutte queste notti? Abbiamo solo un modo per scoprirlo: non rimanere fermi nel buio, non preferire le tenebre alla luce, ma attraversare la notte come Nicodemo l'ha attraversata per trovare una risposta.
E vogliamo imparare, oggi e sempre, ad attraversare il silenzio delle incomprensioni e dei pregiudizi, per cercare un dialogo nuovo anche dove sembra che un'amicizia non abbia più fondamento. Vogliamo attraversare il freddo delle ferite inflitte con noncuranza quando la quotidianità dell'amore appare banale, per cercare il senso più vero del dono silenzioso di sé, nella riscoperta di una vocazione che si fa cammino di ogni giorno. Vogliamo attraversare il buio della sofferenza e della morte, per scoprire persino nel dolore la presenza constante di un Amore, che non ci abbandona, ma si incammina al nostro fianco, piangendo il nostro pianto, e riportandoci per mano a ritrovare il senso della vita.
Oggi è un percorso difficile, ma diritto, quello che ci chiede Gesù. Un percorso in cui non ci è permesso trovare scorciatoie o nascondigli, non è permesso fare finte. Credere in Lui significa muoversi alla luce, senza paura delle tenebre. E quando verrà il momento, perché certo ci accadrà, in cui ogni cosa sembrerà consigliarci di cambiare strada, solo fissando in Lui lo sguardo, persino oltre il ragionevole, ci sarà possibile rimanere nella nostra Verità. Come accade a quelle vite che sembrano perdute, a quelle riconciliazioni che sembrano impossibili: solo chi ha smesso di crederci è condannato, ha emesso da sé la propria condanna.
E allora se nelle nostre o nelle altrui notti ci sentiremo condannati da Dio, giudicati da Lui, in realtà sarà solo perché ci stiamo giudicando da noi stessi, o stiamo confondendo il giudizio del mondo con il giudizio di Dio. A noi Gesù chiede di procedere per la nostra strada, di fare le cose in cui crediamo alla luce del sole. Continuiamo a credere nel Vangelo, continuiamo a cercare di metterlo in pratica, anche se questo, a noi stessi o al mondo, può procurare fatica o fastidio.
Solo così potremo scoprire che Gesù per primo, con le sue braccia inchiodate alla croce, ha voluto abbracciare tutte le nostre notti, tutte le nostre fatiche, e tutte le condanne che gli uomini non faticano ad emettere. Con quelle braccia distese tre il cielo e la terra, ha accolto la notte per riportare a noi la luce. E solo così potremo ritrovare dentro di noi la gioia profonda di chi è stato salvato per un amore totale, di cui non siamo noi gli artefici, e che nemmeno con le nostre azioni ci potremmo guadagnare, ma che ci è donato gratuitamente per guidarci con la sua Luce nei giorni limpidi e in quelli oscuri della nostra vita. 

09/03/12

11 marzo 2012 - III domenica di Quaresima - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (2, 13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.




Oggi troviamo Gesù, adirato, nel tempio, sconcertato da come si possa fare della casa del Padre suo, un mercato. Un Gesù infuriato che è entrato ormai nell'immaginario collettivo, così da farci leggere questo racconto quasi con distrazione, o, peggio, con noncuranza.
Ma in questa Quaresima stiamo facendo un viaggio dentro noi stessi, per ritrovarci, per riscoprire chi siamo, e per domandarci con sincerità quali sono le verità che guidano le nostre scelte quotidiane. E oggi la domanda che ci viene posta è su cosa siamo disposti a mercanteggiare, cosa siamo disposti a mettere in vendita, quali delle nostre priorità sono contrattabili e quali no. E ancora siamo chiamati a scoprire, o riscoprire, quale sia per noi la spianata del tempio, la soglia del "sacro" nel nostro vivere di tutti i giorni. In altre parole oggi siamo in cammino per ritrovare la Verità più profonda di ciò che crediamo sia la nostra vocazione, quella che non può essere ne comprata, ne venduta, ne tanto meno messa in saldo.
E ci piace pensare ad ogni famiglia come ad un tempio dove si custodisce l'amore di Dio, sia essa piccola, numerosa, o universale come sa essere la Chiesa. E l'amore da custodire si manifesta in tante forme: amore tra i coniugi, amore tra genitori e figli, amore tra fratelli. Per questo oggi ci sentiamo in prima persona chiamati a lasciarci divorare dallo zelo per questo tempio, e scacciare tutti i mercanti che lo invadono. E, fabbricata la nostra sferza di cordicelle, proseguiamo il nostro cammino purificandoci da tutti gli atteggiamenti in cui ci scopriamo a vivere le nostre relazioni nella logica dello scambio, del mercato, del baratto e non secondo la Legge del dono gratuito. Perché l'amore, per quanto desideri di essere ricambiato, è sempre e comunque solo un dono, oppure non è.
Così oggi, e da oggi, vogliamo fare "piazza pulita", liberare la spianata del nostro tempio, andando a stanare tutti i nostri "risparmi" del cuore, tutte le pretese di ricompensa per un gesto di affetto, tutte le "contabilità" dei perdoni ricevuti o concessi, perché sappiamo bene che sono queste le cose che ci allontanano, ben più di un litigio. Quando un marito o una moglie non sentono più l'urgenza di raccontare all'altro il proprio amore con silenziosa attenzione, qualcosa di sacro si sta logorando. Quando un genitore decide di porre un limite al credito di fiducia nei confronti del figlio, una relazione si sta esaurendo. Quando in una comunità si contano gli sforzi personali e si cessa di gareggiare solo nell'amore, una famiglia sta perdendo la propria essenza.
E se oggi comprendiamo che le nostre relazioni sono profanate ogni volta che la logica del "mercato" vi si infiltra, troviamo anche una indicazione chiara sulla direzione da dare al nostro cammino. "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" ci dice Gesù. Questo il segno che siamo nella giusta direzione: la risurrezione di ciò che appariva morto. E questo e questo solo può e deve essere il nostro obiettivo, questa soltanto la logica che si può opporre alla contrattazione mercantile: credere fermamente nell'amore tanto da veder risorgere anche un tempio distrutto.
Così quando tutto ci sembrerà finito, quando il dialogo sembrerà non avere più parole, quando l'affetto lascerà il posto alla rivendicazione, quando l'amicizia rischierà di essere schiacciata dal computo delle fatiche reciproche, allora avremo un obiettivo verso cui tendere, una meta sicura verso cui incamminarci. E mentre i cinici continueranno a chiederci un segno della forza del nostro amore, e gli scettici a cercarne una spiegazione razionale, noi potremo ancora rispondere "annunciando Cristo crocifisso", che diventa ai nostri occhi scandalo e follia solo quando non sappiamo abbracciare l'Amore e riscoprirlo Verità prima della nostra vita. 

02/03/12

4 marzo 2012 - II domenica di Quaresima - anno "B"


+ Dal Vangelo secondo Marco (9, 2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


Gesù "fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime", e Pietro, Giacomo e Giovanni videro coi loro occhi la luce di Dio, e ne restarono confusi, certo, ma colmi di gioia, riempiti d'Amore tanto da desiderare di fermare il tempo. E subito dopo, furono invitati a tornare al mondo, portando quella luce dentro di sé.
Gesù oggi, mette davanti a noi l'amore che cambia il volto delle persone, che rende le loro vesti bianche, che persino il Padre viene a benedire. Ma ci accorgiamo di conoscerlo, l'amore che cambia i volti: è la gioia che irrompe, e non può essere fermata; sono le tante piccole "trasfigurazioni" che hanno lasciato nel nostro cuore una scintilla della luce di Dio, capace di illuminare di incredibile luce, senza mai abbagliare. Lo conosciamo quell’Amore e sappiamo che è una luce che va custodita, celebrata.
Così oggi, in questo cammino di ritorno all'essenziale, vorremmo ripercorrere la nostra storia e ricordare i nostri Tabor, per lasciarci, indifesi, toccare nel cuore, e imparare a rimuovere le nostre barriere. E immaginiamo il primo incontro con gli occhi di una madre e di un padre, nell'ora in cui ci hanno dato alla luce. In quel giorno il Signore li ha abbracciati, compiaciuto per il sì che li aveva resi collaboratori di Vita. E quella vita che era ed è realtà, e insieme mistero, concretezza, e insieme miracolo, e che solo l'Amore può generare, ci ha accolto mostrandoci una luce che ormai è svanita alla mente, ma sentiamo essere impressa nel profondo di noi. Una luce che ancora ci sa guidare ed è capace di illuminare i nostri giorni.
E ancora ripercorriamo il cammino arduo e appassionante, che ci ha presi bambini e restituiti uomini. Mentre il nostro corpo cambiava prendendo forme nuove, siamo stati condotti al Tabor della nostra anima, forse inconsapevoli, forse guidati dal desiderio profondo di scoprire una nuova identità. Ed anche in quella occasione, nel guardarci il cuore, abbiamo potuto rivedere le vesti splendenti di Colui che ci aveva pensati nel tempo e nell'eternità, e siamo stati condotti per mano alla vista della nostra vocazione. E poi ci è stato chiesto di tornare al mondo, abitato dalla quotidianità che conoscevamo, e di essere uomini e donne in mezzo a quel mondo, sapendoci abitati da una luce bianchissima, e finalmente capaci di amare.
E poi c'è stato il momento in cui quella luce siamo riusciti a scorgerla nello sguardo trasfigurato di un altro, di quell'altro che improvvisamente sentivamo essere parte di noi, essere la persona con cui incamminarci affinché di due progetti ne nascesse uno nuovo. Una luce che abbiamo riconosciuto perché noi stessi ne portavamo le tracce, e che improvvisamente ci ha resi capaci di illuminare d'amore chi ci stava vicino.
E ancora e sempre quella luce brillerà negli occhi di due giovani che conoscono l'amore, per un altro e per Dio. E ancora la potremo scorgere negli occhi di quelle persone, consumate di giorni, che raccontano con la loro vita abbandonata all'attesa, che c'è una luce dentro all'uomo che è scintilla di Dio.
Oggi allora sentiamo il richiamo a scendere al mondo, e vivere come chi ha la consapevolezza di essere chiamato ad un destino più grande, e di dover costruire quel destino nella vita di ogni giorno. Purificarci allora significherà essere pronti ad accogliere la gioia primordiale che ci trasfigura, l'Amore dirompente che ha illuminato la nostra vita, l’ha accesa, e fare nostre le parole del Padre: metterci in ascolto. Ascoltare, per tutti i giorni che seguiranno quello che l'Amore ci dice e trasformare ogni scintilla di amore nel nostro pane quotidiano. 

24/02/12

26 febbraio 2012 - I domenica di Quaresima - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».






Lo Spirito sospinge Gesù nel deserto: quaranta giorni di solitudine, tentato da Satana e servito dagli angeli. È il quadro che ci presenta questa prima domenica di Quaresima, all'inizio di quello che, forse un po' per abitudine, chiamiamo un "periodo di conversione".
Ma in questa nuova occasione per conoscerci conoscendo Lui, vogliamo provare ad imitare Gesù. Imitarlo, ed avviarci con i nostri desideri, le nostre speranze e le nostre paure in un luogo deserto dove stare soli con il nostro cuore. E questa solitudine e questo silenzio non vogliono essere spiragli aperti per lasciar entrare la malinconia, o per lasciarci prostrare dai rimpianti. Vogliamo invece spalancare una porta sul nostro cuore, per vedere finalmente noi stessi così come siamo, senza maschere e senza specchi. Quaranta giorni sono un tempo straordinariamente lungo, ma anche un tempo straordinariamente abitato se sapremo guardare in faccia le nostre più vere aspirazioni, cercando sinceramente la sorgente da cui nascono le piccole scelte che ci costruiscono. Allontanarsi da tutto, portare la propria vita all'essenziale non esonera dal dovere di scegliere e di mettersi in gioco, ma può rendere più chiare e consapevoli le nostre decisioni.
Ci sentiamo invitati, allora, in questa Quaresima a non nascondere le nostre tentazioni, ma a chiamarle con il loro nome e a capire che tentazione è tutto ciò che ci separa da noi stessi e dalla nostra più profonda vocazione all'Amore. Cedere alla tentazione è nascondere una ferita, scegliendo piuttosto un falso quieto vivere, e lasciando che un’amicizia sbiadisca, senza gridare la nostra volontà di salvarla. Cedere alla tentazione è abdicare, quasi per distrazione, al proprio compito di genitori, lasciando che un figlio non conosca la felicità pur di proteggerlo ostinatamente dal dolore. Cedere alla tentazione è chiuderci in casa godendo della nostra tiepida serenità, e dimenticare che fuori c’è una vita che scorre e che ha bisogno anche di noi per incontrare la gioia.
E così, rimanendo quaranta giorni nel deserto del nostro cuore, potremo imparare a stare con le bestie selvatiche: a camminare tra il bombardamento delle notizie urlate senza pudore; a stare al fianco di continue proposte di felicità a basso costo; a passeggiare nella logica di chi pretende che tutto si possa controllare e normare, persino la vita e la morte. Cammineremo anche noi tra le bestie selvatiche e impareremo a ritrovare il coraggio, la forza e insieme la discrezione e la delicatezza della nostra vocazione. La forza e la delicatezza dell'amore, che sa farsi largo nelle vite altrui senza invaderle, che sa farsi carico del dolore altrui senza divenirne padrone, che sa avvicinarsi al mistero dell'uomo senza pretendere di darne spiegazione.
E se sapremo continuare a cercare, per scoprire il mistero di Chi, per amore, ha scelto la croce, ci accorgeremo che anche noi siamo spesso “serviti dagli angeli”: quando il nostro coniuge si prende cura di noi, in silenzio, senza farsi notare da nessuno; quando un amico bussa inaspettatamente alla porta per il solo piacere di scambiarsi un saluto; quando guardiamo alle molte storie che accanto a noi raccontano di speranza vissuta e di amore fatto carne. E ci accorgeremo che non siamo soli nel rivolgerci al Signore ogni sera per dire: “Fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.”
Una vaga sensazione di rinascita ci accompagna in attesa della primavera. E vorremmo che questa Quaresima raccogliesse l'invito a non iniziare cose nuove senza avere prima fatto chiarezza, senza avere cercato l'essenziale, senza avere provato a fare silenzio, per dirigere gli occhi del cuore all’Amore che ispira ogni amore. 

17/02/12

19 febbraio 2012 - VII domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (2, 1-12)

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».






La folla si accalca intorno a Gesù, rientrato a Cafarnao. Una folla che già lo conosce e a cui è tornato per annunciare la Parola. E, tra la folla, quattro persone si fanno carico di accompagnare un paralitico, uno che mai avrebbe potuto raggiungere Gesù senza il loro aiuto. E, impediti nel loro procedere, hanno l'ardire di calarlo dall'alto, perché possa vedere il Maestro da vicino. Quattro persone senza un volto e senza un nome, ma senza le quali quell'uomo, fermo nel fisico, e forse anche nel cuore, non avrebbe mai visto la salvezza né dalla malattia, né dai suoi peccati.
Quattro persone il cui unico ruolo è accompagnare. Lo stesso ruolo a cui anche noi, sposi e genitori, siamo costantemente chiamati.
Accompagnare ed accompagnarsi prima di tutto come coppia, alla scoperta dell'amore, alla scoperta quotidiana della propria vocazione. Accompagnarsi reciprocamente vicino al Maestro, perché le fragilità dell'uno siano curate grazie alla premura dell'altro. Accompagnarsi e sostituirsi in tutte quelle piccole paralisi del cuore in cui l'amore non muore, ma quasi si atrofizza senza rumore, senza scontri. Accompagnarsi osando anche di scoperchiare i tetti, di ferire una scorza che sembra intoccabile. Accompagnarsi incuranti di quella folla che oggi più che mai ci fa credere che sia più facile posare una pietra irremovibile sulle nostre infermità di coppia, che non credere in una risurrezione dell'amore desiderata oltre ogni evidenza. Accompagnarsi e osservare il Maestro del perdono, perché il miracolo del perdono, è tanto più difficile e stupefacente quanto più le fatiche sono nascoste e sotterranee.
E ancora, accompagnare i propri figli, quando non camminano da soli perché sono troppo piccoli per farlo, perché sanno camminare solo grazie alla nostra mano. Accompagnarli ad un incontro che ha bisogno di essere coltivato come si coltiva un'amicizia. E accompagnare anche i figli più grandi, quelli che saprebbero muoversi con le proprie gambe, ma sono paralizzati dalle infinite inquietudini che avvolgono un bambino nel divenire uomo, o dai molteplici dubbi che si fanno strada nella mente di chi sta costruendo la verità di se stesso, o più semplicemente, fermati dalle folle stanche o disilluse, che immobili ascoltano la Parola, ma non osano più sperare nella salvezza, nel miracolo di un cambiamento, nella risurrezione dall'errore.
Di queste quattro persone non si dice null'altro: calano la barella dall'alto e poi scompaiono. Non sappiamo come abbiano commentato le parole ed il miracolo di Gesù, non sappiamo se siano andati poi a festeggiare la guarigione insieme al paralitico, o abbiano chiesto riconoscimento per il favore reso. Ma ci piace raccogliere il loro invito a scomparire dopo avere accompagnato, a non recriminare sul risultato ottenuto, o sull'uso che il paralitico ora farà della sua guarigione. Ci piace raccogliere questo invito ed imparare a non sentirci gli artefici o i responsabili della guarigione, imparare che non è la nostra parola, ma la Sua, che può salvare. A noi è chiesto solo di accompagnare, di prenderci cura di chi ci è dato di amare, e di non fermarci davanti a folle che non comprendono la sproporzione dei nostri gesti o davanti ad ostacoli che sembrerebbero insormontabili. Solo questo, e poi lo stupore di accorgerci che in ogni piccolo gesto della nostra vita possiamo ascoltare le parole di un Dio premuroso, che ci guarda sorridente e ci dice: "Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa."

11/02/12

12 febbraio 2012 - VI domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.




Un uomo impuro, piagato dalla malattia e dall'esclusione, in ginocchio supplica Gesù. Un lebbroso osa ciò che non avrebbe dovuto osare e suscita l'attenzione del Maestro, la sua compassione, il suo amore, ed ottiene di essere guarito. E una volta guarito, viene inviato agli uomini di Dio, come testimonianza per loro. La sua carne ed il suo "risarcimento" per dire ai sacerdoti che Gesù è il Messia, ma per dire a noi che l'amore per Dio, non può che passare dall'amore folle per l'Uomo.
E così veniamo quasi scaraventati al cospetto di tutti gli "esclusi" della nostra società. Vediamo zattere fatiscenti che tentano di raggiungere ogni giorno le nostre coste, vite trascinate sulle panchine delle stazioni ferroviarie, malattie troppo invadenti perché l'amore degli uomini abbia ancora il coraggio di abbracciarle come si abbraccia una vita, e finanche vite troppo invadenti per essere considerate tali.
E vediamo anche le esclusioni vissute nelle nostre case: un figlio con cui non riusciamo più a comunicare, una moglie lasciata sola a lavare, stirare, cucinare, senza veder riconosciuta la propria fatica, un marito di cui non sappiamo più apprezzare fatiche e sforzi.
Davanti a questi piccoli e grandi testimoni ci è chiesto di riconoscere che Gesù è venuto per loro, per la loro salvezza, per la loro riabilitazione. È venuto a superare una legge di esclusione, per includere tutti nell'Amore: nel Suo amore, ma prima, in questo viaggio che compiamo sulla stessa terra, nel nostro amore. Amore per l'uomo, per la sua sorte, per la sua dignità. Amore per la giustizia, per la Verità di ciascuno. Amore che va oltre le condanne irrevocabili, che supera il ribrezzo di un corpo lacero, la fatica di una relazione ferita, ed impara a riconoscere ogni piccola scintilla di Dio.
E riconosciuta la Sua mano, impariamo a desiderare di stringerla. E capiamo che quella Compassione che, con un gesto sconvolgente, ha sanato il lebbroso, oggi si piega dolcemente su di noi, sulle nostre piccole o grandi fatiche, sulle nostre “cattive abitudini”, e persino sulla nostra incapacità di amare. E lei sola ci permette di piegarci a nostra volta sopra altre ferite, e ci guida a toccare le profondità di chi ci è accanto. Solo la Sua compassione può farci accostare alla lebbra delle parole dure che hanno incrinato una relazione, alla lebbra di una ferita profonda che brucia e allontana, alla lebbra di una maternità o paternità confusa, delusa, tradita. Solo capaci di “regalare a Dio” la nostra fatica, saremo capaci d'amare.
Ma oggi il lebbroso ci insegna anche a gridare la nostra gioia, lui che non si tiene per sé il miracolo, incurante degli ordini ricevuti. Ed una disobbedienza che è corsa verso la vita, trasgressione per eccesso di gioia, ci suggerisce di sorridere anche nel grigio delle nostre strade, come si sorridono da lontano due innamorati. Ci chiama a raccontare con la nostra vita che l'amore, la speranza, la gioia, la solidarietà sono possibili, concreti, realizzabili, a “ribadire con forza che il bene esiste e vince”.
Ci spinge ad amare oltre le nostre forze, e compiere gesti pazzi per amore. E tutto questo a dispetto delle sofferenze inflitte o subite, delle delusioni, dei piccoli tradimenti quotidiani di cui siamo ora attori, ora spettatori o vittime.
E lo possiamo fare perché siamo stati noi stessi curati da un Amore capace di colmare i nostri vuoti e scavalcare le nostre asprezze. Lo possiamo perché quell'amore ci ha riempito oltre misura, trasformandoci in cisterne traboccanti, incapaci di contenerLo. Lo possiamo perché anche noi, come il lebbroso, come Paolo, siamo chiamati a diventare "imitatori" di quell'Amore. 

03/02/12

5 febbraio 2012 - V domenica tempo ordinario - anno "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1, 29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.




La malattia, l'infermità, la solitudine segnavano i tempi di Gesù come oggi segnano i nostri. Così questo racconto diventa quasi una cronaca di ciò che ci aspetteremmo dalla giornata-tipo del Figlio di Dio: il nuovo profeta insegna nella sinagoga e poi, osannato per i suoi prodigi, opera guarigioni e scaccia demoni.
Ma prima di ricevere le folle, Gesù aveva guarito una donna anziana colpita dalla febbre: la suocera di Simone. Una guarigione silenziosa, modesta, quasi "inutile" secondo le nostre logiche. Gli parlano di lei, e Gesù, senza clamori, senza parole, semplicemente si china, la prende per mano e la rialza.
E pensiamo a tutte le sofferenze di cui ci parlano le nostre strade e i nostri uffici, febbricitanti di anonimato e surmenage. E capiamo che Gesù può ancora chinarsi su quelle sofferenze, in silenzio. Lo può per mano nostra, ogni volta che saremo capaci di una semplice vicinanza del cuore, senza ansia del risultato, ma anche senza paura di essere contagiati dalla sofferenza, toccati dalla solitudine. Lo può ogni volta che non arretreremo al cospetto del male di vivere, quasi sollevati all'idea che non sia per noi. Imitando lui, che non ha avuto paura di mettere le sue mani tra le mani di una vecchia donna malata, e non ha avuto remore nel mescolarsi con il dolore.
E così quella donna, guarita e colma di una gioia nuova, si mette a servirli. Guarita dalla febbre, ma guarita anche dalla sensazione di essere di peso, dalla fatica di stare ai margini e vedere scorrere la vita intorno a sé. Guarita e pronta per un nuovo inizio, questa donna capisce di avere una nuova chance per giocarsi la vita. E la spende servendo. Le donne all’epoca erano tenute a servire, ma ci piace pensare a questa anziana signora come ad una giovane rinata: una donna senza nome che semplicemente ha capito quale poteva essere per lei la vera gioia.
La stessa gioia che possiamo scoprire nei nostri piccoli servizi quotidiani, o nelle infinitesimali gentilezze semplici che abbiamo occasione di compiere. E ci accorgiamo che la parola servizio, grazie all'amore, non è più sinonimo di sacrificio. Come per lei il servizio è dono, realizzazione, nuova scelta di vita dopo essersi liberata dalla schiavitù della malattia, così per noi diventa libertà da ogni condizionamento, da ogni vincolo, da ogni ricatto. Non è per l'altro che ogni giorno carichiamo una lavatrice, non è per marito e figli che prepariamo un pasto curato, non è per la moglie che diamo l'olio a quella porta che cigola, o ricordiamo un anniversario importante, ma per obbedienza all'amore. È l'amore che ci chiama ad essere suoi servi, perché questa è l'unica schiavitù capace, in un misterioso paradosso, di divenire libertà.
Ma poi lasciate la donna e le folle, scorgiamo Gesù che si apparta per pregare. E quasi ci stupiamo che anche lui abbia bisogno di farlo. E vedendo Gesù che prega scopriamo che il senso della nostra preghiera è cercare la sua mano pronta a rialzarci e a liberarci delle nostre fragilità. E ancora una volta, guariti da questa mano silenziosa, riusciamo a scorgere i tanti piccoli miracoli che ancora compie nelle nostre giornate. Non è forse un miracolo scambiarsi un bacio, veder crescere un figlio o perdonare uno sgarbo?
“Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore. Questa attenzione, che diventa gratitudine, è molto importante per noi e ci crea una memoria del bene che ci aiuta anche nelle ore buie. Dio compie cose grandi, e chi ne fa esperienza - attento alla bontà del Signore con l'attenzione del cuore - è ricolmo di gioia.” (Benedetto XVI)
E così scopriamo il segreto di ogni nostra preghiera: la capacità di riordinare i nostri desideri, e di orientarli verso la felicità. Così da diventare l'unica via per tornare alla Relazione d'Amore che rigenera ogni nostra relazione, e ripartire verso il villaggio vicino, con la forza di chi sa che il proprio quotidiano è missione e mai banalità.